Proibire è fascista

Bandire una disciplina, qualsiasi, perché in 4 (o 5) si sono accaniti contro un ragazzo è una trovata puramente populista. Equivale a dire che andrebbe vietata la vendita di magliette nere, visto che ci sono dei soggetti che si vestono in un certo modo che professano idee politiche che (tra l’altro) da noi sarebbero anche incostituzionali.

Proibire è una pratica fascista.

Non risolve il problema culturale, non incide sulla questione sociale che c’è dietro quanto accade. Equivale a proibire i coltelli perché qualcuno, ieri, ha accoltellato qualcun altro: ma ci sono anche milioni di persone che ieri con un coltello hanno tagliato il formaggio. Magari i responsabili del pestaggio mortale avevano anche bevuto: nessuno parla di proibire gli alcolici, come mai? Mettersi a proibire è un lavoro infinito: proibita la pratica di questa arte marziale, chi vuole trovare un modo di fare del male al prossimo si dedicherà ad altro. Allora proibiremo anche altro, e così via: per sempre. E non avremo comunque risolto neppure una parte del problema.

Ragionare partendo dal particolare per arrivare al generale non è, quasi mai, un esercizio di logica: i sillogismi duri e puri li abbiamo abbandonati qualche secolo fa. Non è vero che chiunque pratichi le arti marziali, o una arte marziale in particolare, è violento. Non è vero neppure che la maggior parte dei praticanti di arti marziali, o di una in particolare, siano violenti. A volte, non sempre, le arti marziali sono invece strumento di recupero in comunità complicate: ci sono esempi mirabili in Italia, magari portati avanti da persone con idee politiche diverse dalle mie ma a cui riconosco un impegno sociale a dir poco mirabile.

Il nostro, vero, problema: scrivere per guadagnare like e clic, non per discutere e trovare insieme una soluzione.

Cosa mi serve per fare streaming su Internet

Il lockdown (ma non solo) ha spinto molte persone a scoprire che hanno una webcam integrata nel loro PC (o Mac), e pure a riversarsi sui social e sulle varie piattaforme dove lo streaming video è abitudine. Su tutti, direi che in questi tre mesi tre formati si sono imposti all’attenzione del pubblico: le videocall (Zoom, Teams, Meet ecc), le live su Instagram e quelle su Facebook o Twitch.

Instagram si fruisce e si produce praticamente solo su smartphone tramite l’app nativa, quindi l’unico modo per migliorare la qualità dello stream è dotarsi di un buon telefono e trovare un bel posto dove farla (bello sfondo, una ring-light che ci fa tutti più belli). Magari usare delle cuffie e appoggiare il telefono su una superficie stabile (no sballonzolamenti dei telefoni tenuti in mano): non c’è molto altro che ti possa consigliare.

Se invece vuoi migliorare la qualità audio-video delle tue call di lavoro o stai pensando di diventare famoso su Internet grazie alla tua telegenicità, ti posso dare qualche informazione in più. Facciamo che ti strutturo tutto su tre livelli, parlando di cosa ti serve lato hardware (il software ci torniamo in una seconda puntata): chi vuole giusto un tocco in più per vantarsi, chi vuole iniziare a fare sul serio, e poi quelli per cui solo il cielo è il limite.

Voglio una soluzione low-cost

Per cominciare, la soluzione più semplice può essere lo smartphone.
Tra tutte le soluzioni che ci sono in giro, la più universale per quanto attiene i miei test e soprattutto la più stabile (soprattutto se hai un iPhone) è EpocCam.

È gratis (ma se ti trovi bene potresti pensare di comprare la versione a pagamento), richiede solo di installare gli appositi driver sul PC (o Mac) e il gioco è fatto: avvia l’app, seleziona la voce EpocCam tra le webcam disponibili e sei pronto.

Possibili controindicazioni: se usi il telefono per fare da webcam non potrai usarlo per fare altro (tipo una telefonata), e dovrai anche pensare a come fare per alimentarlo visto che questo tipo di attività scarica rapidamente la batteria (e scalda di brutto il telefono). Niente che un po’ di organizzazione non possa sistemare, ma insomma pensaci bene (e magari, di nuovo, una ring-light ti potrebbe essere utile).
Ah, poi un consiglio amichevole: usa le cuffie, sempre.

Budget complessivo, circa 35 euro.

Dai, ci voglio investire qualche euro

Diciamo che vuoi iniziare a fare sul serio: ecco cosa ti potrebbe servire.

Tra tutte le webcam in circolazione, la più interessante al momento mi pare la StreamCam di Logitech: costa 159 euro, ha un attacco USB-C, si può montare facilmente sopra lo schermo del PC.

Logitech StreamCam

È la webcam che più mi convince al momento, tira fuori delle discrete immagini 1080p (quindi FullHD) e ha anche un angolo di visione piuttosto ampio che non guasta. Se vuoi fare di più, di nuovo una ring-light ti potrebbe essere utile.

Veniamo alla parte audio.
Innanzi tutto, per favore, non usare gli altoparlanti del PC: è intollerabile il casino che si genera se non usi un paio di auricolari, e sappi che l’audio scadente è il motivo principale per cui la gente molla uno streaming. Sull’immagine sgranata si può transigere, ma se non capiscono cosa dici ti saluteranno in un attimo.

AKG K52

Cosa ti può servire: beh, direi un paio di cuffie e un microfono. Le prime puoi usare quelle che ti pare: col filo e il jack per collegarti al PC, o Bluetooth (ma occhio alle batterie) se vuoi essere più libero di muoverti. Se vuoi delle belle cuffie a meno di 30 euro, io consiglio queste AKG K52 (le uso tutti i giorni, sono anche molto comode).

Per il microfono si apre un nuovo capitolo.
Il mio consiglio, per semplificarti la vita, è prendere un microfono cardioide a condensatore con connessione USB: in questo modo lo colleghi direttamente a una porta del PC e lo vedrai come una delle sorgenti audio disponibili. In più un cardioide ha il vantaggio di raccogliere meno rumori ambientali e di dare risalto alla tua voce. Qui ovviamente parte un cinema, perché se guardi su Amazon c’è ampia scelta di prezzi e caratteristiche. Io ti offro un paio di alternative: non tutte le ho provate direttamente e spesso mi baso su quanto ho letto in giro.

  1. Tonor TC-777 (circa 40 euro)
  2. Marantz Pod Pack 1 (circa 60 euro)
  3. Razer Seiren X (circa 90 euro)
  4. Blue Yeti (circa 140 euro)
  5. Rode NT-USB Mini (circa 160 euro)

Messo alle strette, io andrei sullo Yeti: che è anche forse il più bello esteticamente.

Blue Yeti

Webcam, cuffie e microfono: non ti serve altro, solo la solita ring-light se vuoi dare quel tocco in più. Budget complessivo per l’operazione: si oscilla tra 200 e 350 euro.

Fammi sognare

Hic sunt leones: da questo momento in avanti iniziamo a sognare.

Prima di tutto, devi decidere quante camere vuoi nel tuo setup: ti basta un primo piano in stile webcam, o vuoi anche un controcampo per mostrare l’ambiente dove sei? Fatta questa scelta, bisogna iniziare a pensare alle luci: due sono il minimo, tre il giusto, oltre dipende da quante camere avrai nell’allestimento finale.

Se vuoi una camera sola, la soluzione più semplice è abbinare una mirrorless a un dispositivo di acquisizione: l’accoppiata migliore a mio parere è Sony+Elgato. Il mio setup consta di una Alpha 6400 con ottica Sony 18-135 (è la stessa accoppiata che uso per reportage in giro per il pianeta, quindi è un compromesso molto costoso in questo caso) e di una Cam Link 4K: non è il setup perfetto, anzi potrebbe migliorare di un bel po’ per esempio montando un Sony 16-50 (che ha il vantaggio di essere un obiettivo molto più compatto e con un autofocus reattivo e silenzioso), oppure optando per un bel fisso luminoso (concupisco il Sigma 30mm f/1.4 e il Tamron 24mm f/2.8).

Sony Alpha 6300 + Sony 16-50

Ci sono alternative più semplici e meno costose per ottenere lo stesso risultato: per esempio optando per una generazione precedente di Sony Alpha (purché abbiano l’uscita HDMI e la possibilità di essere alimentate durante l’uso, come nel caso della 5100 che ha lo schermo ribaltabile, o della 6300 che ha un sensore e un autofocus leggermente migliorati). Però a quel punto si tratta di decidere: nel mio caso avevo già in casa la 6400, investimento fatto per passione e lavoro e che uso anche fuori dalle mura domestiche, quindi non ci ho pensato due volte. La tengo montata su un piccolo treppiedi appena dietro lo schermo del Mac (io ho questo Manfrotto, ma mi piace molto anche questo Sirui), l’ho collegata tramite un cavo micro-HDMI alla Cam Link e la alimento con un comune caricabatterie USB (uno di quelli da smarphone).

Ok, vuoi più di una camera.
Soluzione più semplice: abbinare a quanto abbiamo appena descritto uno smartphone con EpocCam, oppure munirsi di una webcam come la StreamCam. Poi il tutto ovviamente andrà gestito via software di regia: tipicamente si usa OBS, StreamLabs o se hai un po’ di soldi da spendere c’è Wirecast. Ciascuno ha i suoi pro e i suoi contro, non sono gli unici software in giro, ma davvero qua si apre un’altro capitolo: meglio rimandare la discussione (anche perché se invece pensi di fare streaming di videogame, oh mamma!, ci vuole tutta un’altra trattazione).

Elgato Cam Link 4K

Se hai voglia di fare le cose in grande e hai più di una camera mirrorless da usare, la soluzione Cam Link non fa al caso tuo: meglio optare per una vera regia, tipo l’ATEM Mini di Blackmagic. Qui stiamo salendo di livello e l’uso di questo dispositivo può non essere banale se non hai mai usato una regia in vita tua: però con un po’ di impegno ti apre un mondo, e poi ti solleva da una serie di altre questioni che altrimenti graverebbero sul processore del PC che stai usando.

Le luci sono una questione fondamentale: la soluzione più appagante esteticamente l’ha fatta di nuovo Elgato, un paio di Key Light Air sono l’ideale. Volendo risparmiare un po’, basta optare per l’equivalente meno smart (le Elgato si controllano via PC!) ma altrettanto efficace: un paio di questi faretti Moman, e paio di stativi su cui montarli, e sei a cavallo. Nulla vieta di aggiungere pure una ring-ligth più evoluta per completare il setup, e il gioco è grossomodo fatto: occhio solo a non esagerare coi lumen, può diventare persino controproducente.

Elgato Key Light Air

Abbiamo quasi finito, resta da definire il capitolo audio. Qui non ti offro molte alternative, mi limito a segnalarti che, se pensi ti servirà più di un microfono per esempio per avere un ospite con te in video, dovrai equipaggiarti con un’interfaccia audio che abbia abbastanza ingressi per quanti microfoni vuoi montare: stiamo parlando di fatto di una sorta di equivalente della Cam Link, serve a portare dentro al PC con un cavo soltanto tutto quanto arriva da microfoni di qualità, e di interfacce ce ne sono a un solo ingresso, a due, quattro o ancora più ingressi.

Consigli per gli acquisti.
Come microfono scegli un prodotto affermato come l’Audio-Technica AT2020 (si trova spesso sotto i 100 euro), ma qui si può spaziare e salire fino a centinaia di euro per un singolo microfono, da collegare con un cavo XLR a un’interfaccia come questa della Focusrite. L’interfaccia si collega via USB al PC, mentre per ascoltare quello che andrà in onda si può optare per le stesse cuffie che ho citato prima o per qualcosa di molto più professionale come queste Sony. Se volete fare i fighi, un’asta per il microfono mi pare indispensabile: la Rode è la più carina che c’è in giro.

Focusrite Solo Studio

Quanto mi costa questo scherzo? È un investimento da circa 1.000 euro tra un accessorio e l’altro, anche molto di più se vuoi esagerare con microfoni, camere aggiuntive, regia e software. Per scegliere questa strada ci deve essere un motivo: se fare video è il tuo lavoro, o può diventarlo, allora ha senso farsi due conti e investire.

Altrimenti: beh, se hai la fortuna di potertelo permettere, chi sono io per dirti di non farlo?

NB: nessun link contenuto è in alcun modo un link affiliato o roba simile, non ci guadagno un centesimo se clicchi e non mi interessa farlo

Il lamento del mattino

Tre cose che hanno perfettamente senso nella mia testa, ma che lette ad alta voce potrebbero rivelarsi una gran fregatura.

Ogni mattina verso le 9, più o meno: se mi sveglio in tempo.

Come recensire uno smartphone

Quando ho la fortuna di avere in anteprima, o comunque sulla mia scrivania, un terminale da recensire scatta un problema di metodo: come devo affrontarlo? A quale pubblico devo parlare? Prendiamo il caso del P40 Pro: hardware da paura, software orfano di Google. È un telefono fantastico, ma devo raccontarlo a chi è uno smanettone come me o al grande pubblico? (nel caso specifico ho scelto di rivolgermi a chi era motivato a pensare all’acquisto del P40, altre volte mi comporto diversamente)

Il problema che riscontro, sempre, è che il mio entusiasmo per la tecnologia mi mette sul naso un paio di occhiali che non sono come quelli che inforco per guardare da lontano: ci sono telefoni sulla carta molto interessanti che però venderanno poche migliaia di esemplari, semplicemente perché il marchio ha un certo successo tra gli addetti ai lavori ma viene sostanzialmente snobbato dal pubblico. Al consumatore finale non interessa se, scaricando un apk da fonti astruse su Telegram o su APKPure, riesco a scattare le foto meglio che con l’app di serie: lui usa l’app di serie, non ha tempo di stare come me a smanettare, installare, rimuovere, installare, provare e lanciare urla ogni volta che qualcosa non funziona come mi aspetto. Ha comprato un cellulare e vuole usarlo: non perderci giornate intere per farlo funzionare.

Quando un marchio dice di essere sesto, settimo, ottavo a livello mondiale significa poi che è nella migliore delle ipotesi un’ordine di grandezza dietro ai primi in classifica: significa vendere milioni, o decine di milioni di telefoni se va bene, contro centinaia di milioni. E c’è una bella differenza: primo perché, a meno che non siate Apple, in catalogo avrete almeno una dozzina di modelli e dunque quel numero va diviso per ciascun modello venduto; in secondo luogo, perché è solo producendo e vendendo milioni e milioni dello stesso modello che si può generare un’economia di scala tale da rendere l’investimento nello sviluppo e la produzione veramente remunerativo.

Dove voglio arrivare: a oggi, chi può fare sul serio in Occidente in termini di quote di mercato consolidate è Apple, Samsung, Huawei (sì, lo so) e Xiaomi. Il resto per ora è un mare di emergenti che è ancora lontano dalla consacrazione: la stessa Xiaomi inizia a vedere oggi, dopo anni, le prime conferme alla sua strategia qui in Europa (dove è attiva realmente da un paio d’anni). Quando io stesso, o un qualsiasi mio collega, si esalta per il modello tal dei tali del marchio semisconosciuto, senz’altro gli fa una gran pubblicità: ma poi, in negozio o su un e-commerce, il peso del brand si farà sentire sulla scelta finale del consumatore.

Insomma, oggi ho sulla mia scrivania una serie di smartphone la cui recensione è in uscita: tra tutti OnePlus, realme (la notazione giusta è con la r minuscola: quasi lo preferisco), Motorola. Sono prodotti con storie e traiettorie differenti, devo conoscere la storia che c’è dietro e i retroscena, e so già che nessuno di questi tre farà segnare i numeri che faranno segnare il Mi10 o il Galaxy S20. Quindi devo inforcare gli occhiali dell’uomo della strada, quello che legge i volantini del Mediaworld più che le schede tecniche, e cercare di offrirgli una guida: è molto, molto difficile.

realme X50 Pro 5G e Motorola Edge

Però questa, se volete, è anche la parte più divertente del mio lavoro.