Scrivo di tecnologia e innovazione da vent’anni. Che è un modo elegante per dire che ho cominciato ai tempi dell’overclock, del raffreddamento a liquido fatto in casa e di Windows XP, quando sembrava il futuro.
Da allora ho fatto lo stesso mestiere sotto forme diverse: prima raccontare la tecnologia, poi costruire le cose di cui poi qualcun altro scrive.
Prima, il giornalismo
Per dieci anni ho gestito una redazione a Punto Informatico e una a Telefonino.net. Hardware quando contava ancora sapere come si smontava un PC, sicurezza informatica e diritti digitali quando quasi nessuno se ne occupava, smartphone praticamente ventiquattro ore su ventiquattro. Era il periodo in cui decidere cosa diventava una notizia e cosa no era il lavoro, non un vezzo. Mi è rimasto: è per questo che qui c’è una categoria che si chiama giornalettismo.
Poi, l’altro lato del tavolo
A StartupItalia ho passato nove anni a raccontare come le grandi aziende si relazionano con le startup (quelli bravi la chiamano open innovation) e poi a produrre gli eventi e i format da cui quelle storie escono. Ho gestito SIOS per qualche edizione. Detto in breve: metà carriera a guardare il settore da fuori, metà a farlo girare da dentro. È una prospettiva scomoda, perché ti toglie la scusa di crederci troppo.
Cosa trovate qui
Analisi, presagi (di solito oscuri), fantatecnologia e tutto il resto. Non corro dietro all’ultima notizia, quel gioco lo fanno meglio altri. Provo a fare quello che facevo in redazione scegliendo la prima pagina: capire cosa conta davvero, distinguere il segnale dall’annuncio, e dirlo senza girarci troppo intorno. Ogni tanto parlo di politica, di media e delle cose che mi fanno rodere il fegato. Uso strumenti di AI ogni giorno per lavorare, quindi quando ne scrivo lo faccio da praticante, non da spettatore.
Il resto
Faccio foto, vado al mare, guardo troppa Formula 1, ogni tanto mi lamento in diretta. Vivo a Milano, dove gioco anche a tennis.
