Io Threads l’ho già visto: si chiamava FriendFeed

Threads e FriendFeed, le piazze social di Meta

Il New York Times descrive una piattaforma di community e fandom, non il clone di Twitter. Chi c’era nel 2008 la riconosce: è la piazza che Facebook comprò nel 2009 e lasciò morire.

Il New York Times ha intervistato Connor Hayes, il capo di Threads, e nell’articolo c’è un numero che dieci anni fa avrebbe aperto tutte le newsletter di settore: 500 milioni di utenti mensili dichiarati da Meta, che sulla carta valgono la parità con X. Sulla carta, perché nessuno può verificarli da fuori, e vale per entrambe le piattaforme. Nel 2026 è passato quasi inosservato, perché tutti guardano altrove. Compresa Meta. Io l’ultima call con gli investitori non l’ho ascoltata, ma il Times sì, e ha tenuto il conto: Zuckerberg ha nominato l’intelligenza artificiale 49 volte. Threads due.

Eppure il dato interessante dell’intervista non è la dimensione. È la forma. Threads era nato nel 2023 come clone di Twitter, l’ennesimo tentativo di occupare lo spazio lasciato libero dalla trasformazione di Twitter in X. Tre anni dopo, il NYT descrive un’altra cosa: una piattaforma dove la gente non segue un feed di notizie ma si raduna in community. K-pop, WNBA, appuntamenti, libri, serie tv. Utenti tra i trenta e i quarant’anni che passano ore a discutere della loro band preferita. Una community champion citata nell’articolo la definisce “a millennial Myspace wild West”, e precisa che il clima è fatto di post scemi e divertenti più che di scontro politico. Il capo di Threads, dal canto suo, riassume la strategia in una frase: seguire l’intento degli utenti.

Ecco, io quell’intento l’ho già visto all’opera. Aveva un nome: FriendFeed.

FriendFeed, il prodotto che c’era già

Per chi non c’era: FriendFeed nasce nel 2007 da un gruppo di fuoriusciti di Google di primissima fascia, tra cui Paul Buchheit, il creatore di Gmail, e Bret Taylor, uno dei padri di Google Maps. Tecnicamente era un aggregatore: importava le tue attività da Flickr, dai blog, da Twitter stesso, e ci costruiva sopra un feed in tempo reale. Ma nessuno lo usava per l’aggregazione. Lo si usava per la piazza che ci cresceva sopra: conversazioni lunghe, stanze tematiche, community di appassionati che discutevano di qualsiasi cosa con un’intensità che Twitter, con i suoi 140 caratteri, non poteva permettersi. Post scemi e divertenti più che scontro politico, per l’appunto.

In Italia fu un fenomeno vero. Tra il 2008 e il 2010 la community italiana di FriendFeed era probabilmente il posto più vivo dell’internet nostrana, molto più di quanto i numeri assoluti lasciassero intendere. Era piccolo, densissimo, umano. Chi c’era (io c’ero) se lo ricorda come si ricordano i posti, non i siti.

Poi arrivò Facebook. Nell’agosto 2009 comprò FriendFeed per una cifra intorno ai 47 milioni di dollari, spiccioli anche per la Facebook di allora. Non era un’acquisizione di prodotto, era un’acquisizione di persone e di idee: Bret Taylor diventò CTO di Facebook, e il tasto Like, che FriendFeed aveva inventato nel 2007 e Facebook aveva già copiato pochi mesi prima dell’acquisto, divenne il mattone fondamentale di tutto quello che Facebook ha costruito dopo. Il prodotto, invece, fu lasciato in agonia per sei anni e spento definitivamente nell’aprile 2015. Facebook ha digerito il DNA di FriendFeed e ha buttato via la piazza.

La pazienza di Meta

Questa storia è il motivo per cui leggo con scetticismo le dichiarazioni di Hayes, che nell’intervista promette investimenti in crescita e fissa l’obiettivo del miliardo di utenti. Non perché siano false, ma perché la pazienza di Meta non è mai stata una questione di affetto per i prodotti. È una questione di funzione strategica.

Il pattern è documentabile. Messenger è rimasto per anni senza monetizzazione perché proteggeva il core. Lasso, IGTV, Bulletin, la piattaforma di punta del metaverso chiusa a marzo di quest’anno dopo miliardi bruciati: tutto ciò che smette di servire viene spento, indipendentemente da quanto ci si era investito in proclami. C’è perfino un precedente onomastico: un’app chiamata Threads esisteva già, era il companion di messaggistica di Instagram lanciato nel 2019 e chiuso nel 2021. Meta ricicla anche i nomi dei prodotti morti.

E i segnali attuali sono contraddittori. Le pubblicità su Threads sono arrivate solo a gennaio, e Meta non ha rilasciato un solo numero su ricavi o engagement reale. L’analista di S&P citata dal NYT lo dice senza giri di parole: potrebbe essere il prossimo Facebook o un buco nell’acqua, e finché non vedremo i dati veri non lo sapremo. Il potenziale teorico, un miliardo di utenti e una trentina di miliardi di ricavi annui, va misurato contro i 201 miliardi che Meta fattura già oggi. Threads, nella migliore delle ipotesi, vale un settimo dell’azienda. Zuckerberg lo aveva detto subito, nel 2023: non è un progetto enorme. Lo ha ribadito definendolo una possibile “quinta grande app” della famiglia. La quinta.

Perché stavolta potrebbe andare diversamente

Detto tutto questo, ci sono due differenze rispetto al 2009 che mi impediscono di chiudere il pezzo con il funerale annunciato.

La prima è il contesto competitivo. Quando Facebook spense FriendFeed, Twitter era vivo e in crescita, e tenere in piedi una seconda piazza conversazionale non serviva a niente. Oggi, e anche qui mi affido ai numeri messi in fila dal Times, X ha perso cento milioni di dollari di ricavi pubblicitari in un solo trimestre, Mastodon si è sgonfiato del 70 per cento rispetto al picco, Bluesky resta un decimo di Threads. Il territorio è scoperto, e occupare spazi lasciati sguarniti dalla concorrenza ha un valore in sé.

La seconda è più profonda, ed è la vera ragione per cui Threads potrebbe sopravvivere alla proverbiale impazienza di Meta. Nell’era in cui Facebook e Instagram si riempiono di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, una piattaforma di conversazione tra esseri umani veri è diventata una risorsa scarsa. Lo ammette lo stesso Hayes, che non a caso arriva a Threads dalla divisione AI generativa di Meta: il fascino del prodotto è che ci parlano persone. Per Meta questo significa due cose molto concrete: inventory pubblicitaria di qualità e, non lo dice nessuno ad alta voce, testo umano fresco in un’epoca in cui il testo umano fresco vale oro.

FriendFeed morì perché era una piazza senza funzione strategica. Threads è la stessa piazza, ricostruita per sbaglio diciassette anni dopo, ma stavolta con una funzione. La domanda giusta, quindi, non è se farà utili significativi. È per quanto tempo resterà necessaria a Meta. E la storia di FriendFeed serve a ricordare cosa succede, in casa Meta, il giorno in cui la risposta cambia.

Videogiochi, dematerializzazione in corso

dematerializzazione in corso

Tre anni fa, su N3rdcore, mi chiedevo se nell’era del modello Game Pass avesse ancora senso comprare videogiochi. Il primo luglio 2026 Sony ha risposto alla mia domanda: da gennaio 2028 non produrrà più dischi per i nuovi giochi PlayStation. Fine del supporto fisico, fine della scatola, fine di quel gesto un po’ feticista di far scorrere l’unghia sul cellophane. D’ora in poi, solo download.

Ma il vero punto non è l’annuncio. È il tempismo.

Due annunci, una sola lezione

Lo stesso giorno, nello stesso giro di comunicati, Sony ha annunciato anche la chiusura degli store digitali di PS3 e PS Vita, prevista per luglio 2027 nella maggior parte dei paesi. Rileggete la sequenza: nel momento esatto in cui comunica che d’ora in poi i giochi esisteranno solo come bit sui suoi server, Sony dimostra anche cosa succede a quei bit quando i server smettono di essere convenienti. Non serve costruire scenari distopici, non serve immaginare un futuro in cui la piattaforma decide che il vostro acquisto non esiste più: ve lo stanno mostrando in diretta, nella stessa press release.

Non è nemmeno la prima volta. Sony ci aveva già provato nel 2021: annunciò la chiusura degli store PS3 e Vita, la community insorse, e Jim Ryan fece marcia indietro ammettendo pubblicamente che era stata la decisione sbagliata. Cinque anni dopo ci riprovano, con un preavviso più lungo e una comunicazione più curata. Hanno imparato la lezione, ma quella di public relations, non quella di principio. La direzione non è mai cambiata: è cambiata solo la pazienza con cui la percorrono.

Le conseguenze vere della fine dei dischi

La prima è quasi banale: se la produzione di dischi finisce a gennaio 2028, la prossima console PlayStation, chiamiamola pure PS6, nascerà con ogni probabilità senza lettore ottico. Sony non lo dice, e lascia aperta la porta a qualche soluzione per la retrocompatibilità con i dischi PS4 e PS5 (milioni di persone hanno librerie fisiche che non possono semplicemente evaporare), ma la timeline parla da sola.

La seconda è quella che mi interessa di più: la fine del mercato dell’usato. E qui voglio essere preciso, perché la precisione in questo caso è più cattiva della retorica. Il mercato dell’usato non muore di morte naturale: viene soppresso perché era un costo. Ogni copia rivenduta è una copia nuova non venduta, ogni disco prestato a un amico è un cliente potenziale sottratto al catalogo digitale. La rivendita, lo scambio, il prestito, il diritto elementare di dire “questo gioco non mi è piaciuto, lo cedo e recupero qualcosa”: tutto questo non è un effetto collaterale della transizione al digitale. È uno degli obiettivi.

La terza è la più profonda, ed è quella su cui scrivevo già nel 2023: quello che compriamo non è nostro. Solo che nel frattempo la cosa ha smesso di essere una tesi da editoriale ed è diventata legge. In California dal 2025 gli store digitali non possono più usare parole come “compra” o “acquista” senza chiarire che stai comprando una licenza revocabile, non il gioco. E un portavoce Sony, interpellato proprio sulla chiusura degli store PS3 e Vita, ha confermato candidamente a Game File che tutti i contenuti digitali venduti sulle piattaforme PlayStation sono licenze personali per uso non commerciale. Non lo dico io, non lo dice un blogger arrabbiato: lo dice Sony. Il tasto “Acquista” è un tasto “Noleggia” con un vestito migliore.

Il pezzo scomodo: siamo stati noi

Sarebbe facile fermarsi qui e recitare il de profundis. Ma un pezzo onesto deve fare i conti con un dato: circa quattro acquisti su cinque di giochi completi su PS4 e PS5 erano già digitali prima di questo annuncio. Il mercato che stiamo piangendo era già residuale. Il PC ci è passato più di dieci anni fa con Steam, e non ricordo cortei. Abbiamo votato, con il portafoglio e con la pigrizia, per la comodità del download alle due di notte contro il viaggio al negozio. Io per primo: la mia PS5 ha un lettore ottico che negli ultimi anni ha girato meno del motore di una Vespa d’inverno.

E c’è di più: il disco stesso era ormai diventato una finzione. Il collettivo di preservazione Does It Play ha verificato che il disco di 007: First Light contiene solo la prima missione del gioco; tutto il resto va scaricato. Quella scatola che compravamo per “possedere” il gioco era già, in molti casi, un simulacro: plastica con dentro un segnalibro. Sony non ci sta togliendo la proprietà. Ci sta togliendo l’ultima vestigia della proprietà, perché non serviva più nemmeno come tale.

C’è pure un’ironia storica che merita una riga: PlayStation nacque vincendo la guerra dei supporti. Fu il CD-ROM, economico e capiente, a strappare a Nintendo e alle sue costose cartucce publisher come Square, e con loro un’intera generazione di giocatori. La console che conquistò il mondo grazie al supporto fisico è la stessa che oggi lo dichiara obsoleto. Il cerchio si chiude, e come tutti i cerchi che si chiudono, fa un rumore sinistro.

La preservazione dei videogiochi, memoria di un’arte

C’è infine una posta in gioco che va oltre i portafogli e i diritti dei consumatori, ed è quella che mi preoccupa di più: la memoria. Il videogioco è una forma di espressione artistica, ormai lo ammettono perfino i musei, e come ogni forma d’arte ha bisogno di essere conservata per poter essere studiata, riletta, tramandata. Solo che qui i numeri sono già oggi da allarme rosso: secondo uno studio della Video Game History Foundation, l’87% dei giochi classici usciti negli Stati Uniti prima del 2010 è fuori commercio, non acquistabile legalmente in nessuna forma. Immaginate una biblioteca in cui nove libri su dieci non sono più consultabili, e chi detiene i diritti non ha alcun interesse a ristamparli.

Attenzione però a non fare del disco un santino: come archivio, il supporto fisico era già compromesso da anni, tra patch obbligatorie al day one e scatole che contengono un decimo del gioco. Il punto non è che il disco preservasse bene. Il punto è che era l’unica forma di preservazione che non richiedeva il permesso del publisher. Un disco su uno scaffale esiste, si presta, si dona a un archivio, sopravvive al fallimento di chi lo ha prodotto. Un gioco digitale esiste finché qualcuno, altrove, decide di mantenerlo in catalogo.

E sappiamo già come va a finire, perché è già successo: P.T., il teaser giocabile di Kojima e del Silent Hills mai nato, era distribuito solo in digitale. Konami lo ha rimosso nel 2015 e da allora non è più scaricabile nemmeno da chi lo aveva acquisito. Oggi una delle esperienze horror più influenti del decennio esiste soltanto sulle console usate di chi lo aveva installato prima della rimozione, vendute come reliquie. Un’opera d’arte trasmessa per copie superstiti, come i manoscritti medievali. Nel mondo tutto digitale che comincia a gennaio 2028, ogni gioco è un potenziale P.T.: e il paradosso finale è che, tra trent’anni, le uniche copie giocabili di quest’epoca potrebbero essere quelle piratate. La conservazione della decima arte affidata a chi ha violato i termini di servizio.

Cosa resta da fare (perché qualcosa resta)

Nel 2023 chiudevo il mio pezzo sul Game Pass ammettendo di dover rivedere alcune mie convinzioni ottimistiche. Oggi ne aggiungo una: il Game Pass, almeno, era onesto. Un abbonamento si presenta per quello che è, un noleggio a tempo. Il problema vero è l’acquisto digitale, che si traveste da proprietà mantenendo la sostanza del noleggio. La battaglia, quindi, non è per salvare il disco: quella è persa, e forse era persa già da anni. La battaglia è per la trasparenza e per la preservazione.

E su questo fronte il bilancio è in chiaroscuro, ma non è un deserto. La legge californiana è un precedente che altre giurisdizioni possono copiare, Europa in testa. L’iniziativa dei cittadini europei Stop Killing Games ha raccolto quasi 1,3 milioni di firme validate e ha costretto la Commissione a rispondere: la risposta, arrivata a fine giugno, è stata un no a nuove leggi, in nome dei diritti di proprietà intellettuale degli editori, con l’impegno però ad aprire entro fine anno un tavolo per un codice di condotta sul fine vita dei giochi. Non è la vittoria che serviva, e la partita si sposta ora sul Digital Fairness Act: ma dieci anni fa l’idea che un milione e mezzo di giocatori portasse il tema della proprietà digitale nell’agenda di Bruxelles era fantascienza.

Piattaforme come GOG dimostrano che un modello di distribuzione digitale senza DRM è commercialmente sostenibile. E il retrogaming fisico, paradossalmente, uscirà da questa storia più prezioso di prima: trent’anni di dischi e cartucce non spariscono, anzi diventano l’unico pezzo di storia del videogioco che nessun server potrà mai spegnere.

Quello che possiamo fare, come giocatori, è smettere di firmare il contratto senza leggerlo. Pretendere che “acquista” significhi acquista, oppure che si chiami con il suo nome. Sostenere chi preserva, chi documenta, chi vende senza lucchetti. E magari, ogni tanto, comprare ancora una scatola: non per nostalgia, ma per lo stesso motivo per cui si tiene un libro sullo scaffale. Perché resti lì anche quando qualcuno, da qualche parte, decide di premere l’interruttore.

Se dovessi scommettere su Twitter

Se dovessi scommettere su Twitter, su che fine farà, direi che non si mette bene. E non perché Musk sia riuscito a ottenere da un giudice un po’ di quei dati che dice di volere (per sfilarsi dall’accordo per comprare tutta la baracca a 44 miliardi di dollari), ma perché il danno d’immagine procurato alla società è enorme.

Non vedo, francamente, come possano pensare di andare avanti a lungo dopo queste batoste in serie. Se anche venisse confermato l’accordo e Musk dovesse pagare, il giorno dopo cosa accadrebbe?

Quindi, da qui a un anno?, resteremo in mano a due entità: da un lato Facebook+Instagram, dall’altra TikTok.

Abbiamo un problema di attivismo

Qualche volta con alcuni colleghi ci fermiamo a chiacchierare di quanto oggi si chiama attivismo online. Il concetto è cambiato il maniera significativa nel corso degli anni, quando mi sono avvicinato io alla Rete era qualcosa di molto diverso. Essere attivisti online significava soprattutto battersi per diritti legati all’accessibilità, alla libertà d’espressione, alla libertà: gli esempi non sono mai mancati, da Aaron Swartz a The Pirate Bay, ciascuno con una storia diversa alle spalle e un’evoluzione differente della vicenda. Erano lotte che, spesso, rimanevano confinate al circolo più o meno allargato degli attivisti: oggi, direi per fortuna, non è più così.

attivismo

L’agorà social

Oggi si è compiuta la profezia dell’agorà digitale: in Rete, soprattutto sui social, fluisce il dibattito e addirittura in alcuni casi si scrive l’agenda politica nazionale o mondiale. In Rete oggi si parla di tematiche molto importanti: come la violenza nei confronti delle donne, la discriminazione di intere popolazioni per il colore della loro pelle o la religione professata, il cambiamento climatico, la parità di salario tra i sessi, i diritti delle comunità LGBTQ+. Il dibattito si è fatto anche molto più intricato e complesso da seguire: è difficile riuscire a seguire la totalità delle piazze in cui avviene, dunque spesso e volentieri bisogna rifarsi alla curatela che alcuni attivisti operano su quelle stesse piattaforme. Io stesso mi affido ad alcuni di loro per riuscire a stare al passo.

Il problema è che, come è normale in una società in cui l’immagine è diventata un bene dal valore misurabile in euro o in dollari, a questi attivisti oggi si pone un’alternativa: continuare a perseguire i propri obiettivi legati ai valori che li hanno resi notabili, in modo disinteressato, oppure decidere di monetizzare questa popolarità e magari concretizzare alcune delle aspirazioni e ambizioni personali fino a poco fa relegate in un cassetto. Un libro, un disco, un fumetto, presentare una serata di un evento spettacolare: traguardi legittimi, ma che non sempre sono ottenuti seguendo lo stesso cursus honorum di chi li ha preceduti, prima che Internet diventasse la vetrina che è oggi per questa forma di attivismo.

Il risultato è che la popolarità raggiunta spesso non viene gestita in modo totalmente consapevole (non sto dicendo niente di particolarmente originale, ne sono consapevole) : smetti di perseguire un obiettivo alto, la conquista di un diritto o il superamento dell’ingiustizia, e inizi a occuparti di cose molto più terrene. Un contratto, una sponsorship, un libro: poi c’è da fare campagna e tour promozionale per quel libro e rischi di alienarti da quel dibattito e quel sanissimo tessuto sociale che ti ha reso ciò che sei. Senza che nessuno di loro si fermi a riflettere sul fatto che se un editore decide di pubblicargli un libro, quando magari per anni nessuno gliene ha dato la possibilità, non lo fa perché ritenga importante quella tematica o particolarmente valido il libro: quell’editore sta facendo un investimento da cui spera di trarre un guadagno, e lo fa appoggiandosi alla popolarità dell’attivista (sfruttando, gratis, la popolarità guadagnata dall’attivista che per anni ha perorato una causa: quindi, indirettamente sta sfruttando la causa).

Gilde a confronto

A questo si unisce un altro problema, evidente ormai a chiunque: come sempre accade si sono creati una sorta di “circoli degli attivisti”, vere e proprie gilde che si muovono in modo compatto e si supportano e sostengono a vicenda. Si promuovono, si citano, si frequentano: quando esce il libro di un membro della gilda tutti lo sostengono e lo spingono, lo riassumono, lo fotografano. Se uno di loro viene criticato o, peggio, attaccato da qualcuno esterno a questo circolo, allora scatta la difesa corporativa: repost, retweet a nastro in cui si bersaglia chi non ha capito, non ha compreso la portata della rivoluzione sociale che l’attivismo della gilda porta avanti.

Questo comportamento, però, espone a questi attivisti allo stesso problema di miopia che affligge qualunque altro integralista: è inebriante immaginare di essere i giusti in lotta contro i malvagi, pensare di detenere la verità assoluta, essere la minoranza che condurrà la rivoluzione che ribalterà l’establishment e imporrà un nuovo ordine. Però, come tutti gli integralisti, a volte si finisce per diventare più realisti del re: si finisce per confondere i valori sacrosanti per cui ci si batte, per cui si è iniziato a fare attivismo, con il proprio personal branding. Si smette di fare autocritica e si inizia a fare autopromozione, sempre e comunque.

Sto vedendo succedere cose poco edificanti attorno alla sentenza nel processo che ha visto due stelle del cinema accusarsi a vicenda di diffamazione, dopo che la loro relazione sentimentale era naufragata. Un processo che chiunque di noi dotato di un po’ di sale in zucca non avrebbe mai voluto fosse celebrato, che ha messo in luce soltanto quanto tossica sia stata la loro relazione negli anni: non si è parlato davvero di violenza, si è parlato di quanto due personaggi pubblici abbiano problemi personali e di quanto avrebbero bisogno di essere aiutati. Un processo che ha svilito le battaglie di migliaia e migliaia di attivisti che in questi anni si sono spesi e hanno lottato per porre all’attenzione dei media la violenza nei nuclei familiari che spesso, soprattutto, rende le donne vittime fisiche e morali di una società che per troppi anni ha ignorato il problema. Spenderci post, tweet, story non è un buon servizio per chi si occupa di questi temi: anche per criticare, anche per marcare la propria posizione, si sta solo sostenendo l’effetto Streisand su questa vicenda.

pride milano 2019

Attivismo patinato

Abbiamo un problema di attivismo da copertina: è un bubbone che sta per scoppiare, a breve succederà che qualcuno di questi attivisti diventati star finirà per farne una bella grossa e farà crollare il castello di carte. Non sto dicendo che non rispetto il loro ruolo e la loro figura, il valore che hanno per cercare di migliorare la società nel loro complesso: ma quando si attenua l’attenzione per la lotta e aumenta in modo smisurato quella rivolta al personaggio, allora arriva il momento di ammettere che abbiamo un problema.

Non dobbiamo dimenticarci che nel momento in cui un attivista decide di scommettere sulla propria carriera sui social, nel momento in cui un libro che scrive diventa una fonte di sostentamento, anche se continua a parlare degli stessi temi di cui ha parlato fino al giorno prima tutto quanto farà da lì in poi sarà parte di una strategia di marketing. Sgomiterà per acquisire visibilità perché è la benzina che tiene in moto la macchina della sua popolarità: parlerà di certi temi in un certo modo, che lo faccia in modo consapevole o meno, perché ciò gli garantirà un eco maggiore e farà crescere i suoi follower. Si innesca in quel momento un circolo vizioso in cui l’arroccarsi in quella difesa corporativa di cui parlavo sopra significa anche lottare per tenere il tema che cavalchiamo centrale nel dibattito: se quel tema sparisce dalla comunicazione cala la nostra appetibilità per la macchina dei media, la nostra carriera come attivista subirà un arresto o un rallentamento.

L’ultimo punto che voglio toccare è la responsabilità: molti di questi attivisti social sentono responsabilità zero rispetto agli altri attivisti che si battono, con meno successo e popolarità, per la stessa causa. Nel momento in cui personalizzano il dibattito, o fanno leva sull’idolatria che a volte li circonda, fanno dei danni a quella causa: chi è esterno a quel circolo, chi cerca di informarsi e trova queste figure di riferimento, si farà un’opinione sul valore di quel tema in base a ciò che vedrà in loro. L’attenzione si sposta dai fatti, dalla causa, alla persona e al personaggio. Non è bello da dire, ma purtroppo abbiamo ancora l’abitudine di giudicare un libro dalla copertina: e sono loro la copertina.

La cosa che mi fa più rodere il fegato

[UPDATE: mi dicono che effettivamente certi filtri (fatti male) possono creare ‘sta situazione. Perché applicarli? Ecco.]

La cosa che mi fa più rodere il fegato è che pensa che gli crediamo.

PS: Giusto per essere sicuro di tenere traccia di questa perla quando una manina la farà sparire, casualmente: