Proibire è fascista

Bandire una disciplina, qualsiasi, perché in 4 (o 5) si sono accaniti contro un ragazzo è una trovata puramente populista. Equivale a dire che andrebbe vietata la vendita di magliette nere, visto che ci sono dei soggetti che si vestono in un certo modo che professano idee politiche che (tra l’altro) da noi sarebbero anche incostituzionali.

Proibire è una pratica fascista.

Non risolve il problema culturale, non incide sulla questione sociale che c’è dietro quanto accade. Equivale a proibire i coltelli perché qualcuno, ieri, ha accoltellato qualcun altro: ma ci sono anche milioni di persone che ieri con un coltello hanno tagliato il formaggio. Magari i responsabili del pestaggio mortale avevano anche bevuto: nessuno parla di proibire gli alcolici, come mai? Mettersi a proibire è un lavoro infinito: proibita la pratica di questa arte marziale, chi vuole trovare un modo di fare del male al prossimo si dedicherà ad altro. Allora proibiremo anche altro, e così via: per sempre. E non avremo comunque risolto neppure una parte del problema.

Ragionare partendo dal particolare per arrivare al generale non è, quasi mai, un esercizio di logica: i sillogismi duri e puri li abbiamo abbandonati qualche secolo fa. Non è vero che chiunque pratichi le arti marziali, o una arte marziale in particolare, è violento. Non è vero neppure che la maggior parte dei praticanti di arti marziali, o di una in particolare, siano violenti. A volte, non sempre, le arti marziali sono invece strumento di recupero in comunità complicate: ci sono esempi mirabili in Italia, magari portati avanti da persone con idee politiche diverse dalle mie ma a cui riconosco un impegno sociale a dir poco mirabile.

Il nostro, vero, problema: scrivere per guadagnare like e clic, non per discutere e trovare insieme una soluzione.

Parola di Irwin Jacobs (fondatore di Qualcomm)

Another complicating factor is that governments in China and Europe have had industrial aid policies that helped their telecom firms in a way that the US has not. “Our government has not provided R&D support or other support that Huawei and ZTE (another successful Chinese firm) managed to get from their own government,” Jacobs says.

As you might expect, Jacobs, who retired in 2005, dismisses the accusation that Qualcomm’s license fees are excessive. In fact, he says they’ve remained stable even as Qualcomm has provided more technology, and that Qualcomm doesn’t just monetize its existing patents, but depends on a continuing stream of new research—as the company has done in the last decade with the new 5G standard. “Unless you keep running hard, people go right by you,” he says. “And too many of our companies have not made that investment in R&D and kept running hard.”

Qualcomm’s Founder On Why the US Doesn’t Have Its Own Huawei

In una lunga intervista concessa a Steven Levy, il fondatore (in pensione) di Qualcomm riassume in breve come funziona il discorso Stati Uniti contro Huawei e compagni: nessuno ha fatto i compiti a casa, negli USA, adesso si prova a forzare la mano con la politica.

Il punto è: probabilmente il destino di Huawei sarà segnato da tutto questo, ma tra cinque anni si riproporrà la stessa identica situazione quando si inizierà a parlare di 6G. Cambieranno i nomi, non cambierà il risultato: perché, nel frattempo, negli USA, nessuno sta facendo i compiti a casa.

La macchina di immuni ha un bug nel protocollo (ma niente panico)

Non è la prima volta che si parla dei rischi di vulnerabilità di un protocollo come Bluetooth, che non è nato per quello che oggi gli si chiede di fare con immuni. Un po’ la stessa cosa che è accaduta con le automobili, che solo oggi iniziano a essere progettate ed equipaggiate per gestire la sicurezza di sistemi digitali che potrebbero creare problemi alla guida se bucati da remoto: quando erano stati inseriti a bordo i primi chip non si immaginava che un giorno l’auto sarebbe stata perennemente connessa, è stato necessario cambiare mentalità e approccio per farvi fronte.

Dicevamo, il Bluetooth non è perfetto: in più, il protocollo Google-Apple è stato messo assieme in fretta e furia in poche settimane. Inevitabile qualche errore di gioventù.

Quello che va sempre precisato è che, come nel caso di quanto si sta discutendo in queste ore (e che non riguarda immuni in sé: bensì il protocollo su cui non ha controllo e che sfrutta per essere compatibile con il massimo numero possibile di smartphone), un bug o una vulnerabilità non richiedono necessariamente di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Lo spirito di una norma come il GDPR, che poi è quella che sovrintende la privacy e la cybersecurity da noi in Europa, non è tanto dare delle regole da seguire: bensì fornire delle linee guida su cui impostare il proprio approccio alla questione della sicurezza. Qual è il bilanciamento tra rischi e vantaggi di una certa tecnologia, di come si è progettato un database, di come si regola l’accesso a certi dati? Bisogna svolgere una sorta di esercizio che pesi pro e contro di una determinata soluzione: non ne esiste alcuna priva di rischi, quel che si può fare è minimizzarli.

Sfruttare il bug in questione, di cui si vociferava da un po’, imporrebbe una concatenazione di azioni davvero improbabile: tantissime antenne Bluetooth disposte ovunque, o seguire costantemente un individuo per monitorare cosa fa; un lavoro di ricostruzione dell’identità a partire dai codici pseudo-anonimi, la cui complessità è di per sé notevole ma che aumentando il numero di individui si complica ulteriormente; la possibilità di tradurre queste informazioni in informazioni utili da monetizzare/sfruttare, altra azione che non è immediata.

Banalmente, gli unici che avrebbero gli strumenti e le risorse per mettere in pratica questo tipo di attività di tracciamento massiva sarebbero i Governi: che però volendo hanno mezzi più semplici per farlo. Dico per dire, basterebbe usare il GSM (la connessione dei nostri smartphone, infrastruttura già capillare e funzionante) per tracciare in modo molto più preciso ed efficace i cittadini: senza dover neppure preoccuparsi di risalirne all’identità, visto che sono già perfettamente identificati in quel caso. Per un attaccante privato sarebbe molto più semplice, ed economico, aggirare il problema facendo installare (con l’inganno) un trojan su uno smartphone: un cavallo di troia che scavalchi codici e pseudo-anonimizzazione e vada direttamente a captare informazioni più preziose e direttamente sfruttabili.

Il resto è materia da azzeccagarbugli e da complottisti.

Avviso agli influencer villeggianti

Ciao amici influencer, lo so che fate un mestiere difficile: il vostro lavoro prevede che mostriate una vita sempre perfetta per “ispirare” il vostro seguito. È un lavoraccio, altroché.

Però mi pare abbiate confuso quel discorso su rapporto tra causa ed effetto.

La causa: negli ultimi due mesi avete girato tutta Italia a fare cene, aperitivi, sushi, mojito, pranzi, bagni e bagni di sole.

L’effetto: siete finiti positivi al Sars-Cov-2.

Ora non serve fare i test per tenere al sicuro i vostri cari. Ci dovevate pensare prima.

In bocca al lupo.

Epic Vs. Apple: una storia sempre più bellissima

Oggi vi racconto una storia bellissima, fatta di paradossi e di situazioni al limite dell’incredibile: una storia in cui la politica internazionale si incrocia con le diatribe tra due aziende private, con sullo sfondo le elezioni presidenziali USA.

Tutto parte da una mossa (neanche tanto) a sorpresa di Epic, che per chi non lo sapesse è anche quella dell’Unreal Engine, che piazza dentro il celeberrimo Fortnite un’opzione per pagare che scavalca i meccanismi imposti da Apple su App Store. Così facendo non dovrà girare il 30 per cento di quanto incassa a Cupertino: ma, ovviamente, passa 1 minuto prima che scatti la rappresaglia. Epic viene messa alla porta da Apple: non solo facendo fuori Fortnite dal marketplace, ma pure terminando l’account sviluppatore di Epic e dunque tagliandola fuori totalmente dalle piattaforme con la mela morsicata (con un effetto a cascata anche per tutti quelli che usano l’Unreal Engine).

A questo punto, Epic va in tribunale (era tutto già organizzato, figurarsi): Apple, dal canto suo, risponde a carta bollata con carta bollata. La storia, evidentemente, durerà ancora molto a lungo.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Nelle ultime settimane un’altra vicenda ha tenuto ancora banco nel mondo della tecnologia: parliamo della fissazione degli USA, in particolare della amministrazione di Donald Trump, riguardo i cinesi che spierebbero gli americani a mezzo tecnologia. E così dopo Huawei e ZTE, nel mirino ci sono finite TikTok e WeChat. Mossa elettorale, ci sono le Presidenziali alle porte e Donald si deve mostrare forte se vuole ottenere altri 4 anni alla Casa Bianca.

Ora.

Sapete chi c’è dietro WeChat? Non preoccupatevi, ve lo dico io: c’è Tencent, una delle più grandi aziende asiatiche (e quindi del mondo) di tecnologia. Un colosso che, per darvi un’idea, potremmo paragonare a Google per il peso specifico che ha nel mondo digitale a Oriente. E Tencent possiede anche una bella fetta di Epic: una delle considerazioni fatte dopo quell’ennesima minaccia di ban da parte di Trump era stata, per l’appunto, il rischio che dentro il calderone ci finisse pure un blockbuster come Fortnite.

Torniamo alla nostra storia.

Mentre Epic e Apple si cannoneggiano in tribunale, Apple fa una mossa che ha il sapore del trolling: piazza in bella mostra sul proprio marketplace il principale concorrente di Fortnite, ovvero PUBG. Sempre di una battle royale si tratta, ma non la produce Epic.

Sapete di chi è PUBG? Di Tencent.

Quindi, siamo al paradosso di aver sponsorizzato un’app tutta cinese ai danni di un’altra app che è cinese solo in parte. Tutto questo mentre dalla Casa Bianca tuonano contro i rischi per la privacy e la sicurezza, a causa di questi vendor cinesi che passano le nostre informazioni al Governo di Pechino.

È o non è una storia bellissima?

PS: Lo so che il titolo contiene un errore, l’ho scritto apposta così!

paradox