Quando Pechino comincia a ragionare come Washington

intelligenza artificiale cinese

C’è un test abbastanza affidabile per capire se qualcuno pensa di avere in casa l’argenteria buona: guardare quando comincia a montare le inferriate. Per due anni la storia dell’intelligenza artificiale è stata raccontata con gli Stati Uniti nel ruolo del doganiere, impegnati a stringere i bulloni sull’export dei chip, e la Cina in quello dell’inseguitore che si arrangia con quello che passa il convento. Questa settimana Reuters ha raccontato l’inizio del film al contrario: il Ministero del Commercio cinese ha convocato Alibaba, ByteDance e Z.ai per discutere se limitare l’accesso estero ai modelli AI più avanzati del paese, compresi quelli che ancora non esistono.

Tra le ipotesi, un sistema a livelli: registrazione per l’open source di base, security review per la roba avanzata, e i gioielli di famiglia chiusi in cassaforte, vietati al rilascio pubblico o riservati al mercato interno.

Ora: quando cominci a preoccuparti di come impedire agli altri di copiarti, di solito è perché hai smesso di copiare tu. E i numeri dicono che Pechino non si sta montando la testa.

I numeri, che sono maleducati

Da febbraio le aziende americane instradano ogni settimana più del 30 per cento dei loro token verso modelli cinesi su OpenRouter, con punte del 46, racconta CNBC. Un anno fa la media era l’11 per cento; nella prima metà del 2025, il 4,5. Tradotto: mentre a Washington si discuteva di come tenere l’AI cinese fuori dalla porta, quella entrava dalla finestra con un badge aziendale.

Lindy, startup americana di agenti AI, ha spostato il cento per cento (100%) del proprio traffico da Claude a DeepSeek, e il suo CEO descrive la curva dei costi precipitata a terra con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto l’hard discount sotto casa. Risparmi stimati: milioni di dollari nel giro di mesi.

Il motore è il prezzo, ovvio: i modelli open cinesi costano dal 60 al 90 per cento in meno degli equivalenti di OpenAI e Anthropic. Ma il prezzo da solo non basterebbe. GLM-5.2 di Z.ai, uscito a giugno, è arrivato a un punto percentuale da Opus 4.8 di Anthropic su uno dei benchmark agentici più osservati, a circa un quinto del costo, e su Vercel ha registrato l’adozione più rapida dell’anno: nella prima settimana i token giornalieri sono cresciuti di 27 volte, i clienti di 80. Quella non è la curva di un prodotto che incuriosisce, è la curva di un prodotto che risolve una voce di bilancio.

E siccome in Cina il calendario dei rilasci sembra compilato per farci dispetto, pochi giorni dopo Tencent ha pubblicato Hy3: 295 miliardi di parametri di cui 21 attivi, licenza Apache 2.0, meno della metà della taglia di GLM-5.2, che nei test alla cieca con 270 esperti batte quasi ovunque il predecessore di casa Zhipu e cede solo sul coding. Nel frattempo ha dimezzato il tasso di allucinazioni rispetto alla preview, che è il genere di dettaglio noioso che interessa a chi i modelli li usa per lavorare e non per i thread su X. Ma il punto non è il singolo benchmark: è che ormai Zhipu, Tencent, Alibaba, DeepSeek e Moonshot si rincorrono tra loro a cadenza di settimane, e il confronto con gli americani è diventato quasi un sottoprodotto di questa sfida nazionale.

Sorpasso è la parola sbagliata (ed è peggio)

Mettiamola giù onestamente, prima che arrivi nei commenti quello con la classifica: sulla frontiera assoluta gli Stati Uniti sono ancora davanti, le stime più citate parlano di sei-nove mesi di distacco. Chi vi vende il sorpasso secco sta facendo il titolo, non l’analisi. Solo che sorpasso è proprio la parola sbagliata, perché presuppone che la gara si vinca in un modo solo. Quello che la Cina ha fatto è rendere il vantaggio americano commercialmente irrilevante per la maggior parte degli usi reali: se il 90 per cento dei task aziendali non richiede il modello migliore del mondo ma il più economico tra quelli abbastanza buoni, la frontiera diventa un lusso per i casi limite e tutto il resto del lavoro va a chi costa un quinto. Vi ricorda qualcosa? Pannelli solari, batterie, auto elettriche: non inventare la categoria, industrializzarla fino a togliere l’ossigeno a chi l’ha inventata. L’AI sta seguendo il copione con una puntualità quasi commovente.

Va anche detto che gli americani ci hanno messo del loro, con generosità. Tra giugno e luglio il governo USA ha chiesto a OpenAI di rallentare il rollout dei nuovi modelli e ha imposto, salvo poi ritirarle dopo un braccio di ferro, restrizioni all’export dei modelli di punta di Anthropic. Se l’obiettivo era convincere le aziende che un modello americano può sparire dall’oggi al domani per decreto, difficile immaginare un metodo più efficace. Risultato: il modello che nessun governo può revocare, scaricabile, modificabile e ospitabile in casa, comincia a sembrare la scelta prudente.

E qui sta la parte controintuitiva dell’impegno statale cinese, che nella mia lettura resta la variabile decisiva di tutta la storia: finora l’approccio di Pechino ha funzionato non chiudendo, ma aprendosi al mercato. L’open weight come politica industriale.

Le due crepe (perché ci sono)

Detto questo, la macchina cinese non è il rullo compressore perfetto della narrativa, e le notizie di questi giorni mostrano due crepe interessanti.

La prima la racconta il New York Times: Qwen ha reso Alibaba una potenza mondiale dell’AI, i modelli più scaricati del pianeta, un ecosistema che Meta si sogna. Peccato che regalare il prodotto sia un’ottima strategia per far crescere la propria quota di mercato e una pessima strategia per la fatturazione. Alibaba monetizza di sponda, con il cloud, e intanto sposta i modelli migliori verso il closed source, cioè verso il modello di business di quelli che sta battendo. La corsa cinese, per ora, è una vittoria che non paga. In un settore dove peraltro non paga nemmeno chi perde: di modelli di business sostenibili, là fuori, non se ne vedono da nessuna parte, e almeno su questo la parità tra superpotenze è già totale.

La seconda crepa è quella da cui siamo partiti, ed è la più gustosa: Pechino sta valutando di chiudere il rubinetto proprio nel momento in cui l’acqua gratis stava annegando la concorrenza. Limitare l’accesso estero significa rinunciare all’adozione globale, cioè esattamente alla cosa che ha costruito il vantaggio. È il riflesso pavloviano della grande potenza: appena qualcosa diventa strategico, controllalo, anche a costo di sterilizzarlo. Gli americani ci sono appena passati, e la Cina sembra aver preso appunti dalla pagina sbagliata del quaderno. Vedremo se il rubinetto si chiuderà davvero o se resterà una pistola appoggiata sul tavolo del negoziato, che poi è l’uso che di solito si fa di queste cose.

E noi? Noi abbiamo un pacchetto

In tutto questo l’Europa non compare in nessuna delle quattro notizie, e il silenzio è la notizia. Nella partita tra chi possiede la frontiera e chi possiede la fabbrica dei modelli, il continente non ha né l’una né l’altra: consuma, e al massimo sceglie da quale dei due fornitori farsi trascinare.

Però attenzione, Bruxelles ha risposto. Come sa fare lei: con un pacchetto. A inizio giugno la Commissione ha presentato il suo piano per la sovranità tecnologica: un Chips Act 2.0 (e come tutti i sequel, promette di essere meglio dell’originale), un Cloud and AI Development Act, una roadmap per l’energia dei datacenter e, dettaglio per una volta davvero interessante, una strategia per scalare alternative open source nelle aree prioritarie e nelle pubbliche amministrazioni. Che poi, a guardarla bene, è il playbook cinese fotocopiato con qualche anno di ritardo: se non puoi vincere la frontiera, usa l’apertura come politica industriale. La diagnosi è giusta, e non era scontato. Il problema è l’orologio: il ritmo legislativo europeo si misura in anni, quello dei rilasci cinesi in settimane, e nessun pacchetto di proposte ha mai addestrato un modello, per quanto ben impaginata sia la factsheet.

Eppure, per una volta, il contesto rema a favore. Se davvero sia Washington che Pechino cominciano a trattare i modelli come materiale strategico da razionare, la sovranità tecnologica europea smette di essere il tema da convegno con il panel delle 14:30 e diventa un problema operativo, di quelli che sbloccano i budget. Un mondo in cui i modelli migliori arrivano con clausole geopolitiche allegate è un mondo in cui esiste finalmente un mercato per l’alternativa di casa. Bisogna solo costruirla prima che qualcuno chiuda la porta. La finestra c’è, e per una volta non abbiamo nemmeno dovuto aprirla noi: dobbiamo solo entrare.

Il tuo prossimo telefono avrà 4 giga di RAM. Ringrazia l’intelligenza artificiale

Il tuo prossimo smartphone avrà 4 GB di RAM e costerà di più

Il 618 è il festival degli sconti cinese, un mese di promozioni nato per celebrare la fondazione di JD.com e diventato il barometro del commercio elettronico del paese. Quest’anno il barometro segna tempesta: le vendite di telefoni sono calate del 13%, dice Counterpoint Research. Honor ha perso un terzo delle vendite, Xiaomi quasi un quarto, e persino Apple ha chiuso a -9% nonostante un mese di sconti anticipati sugli iPhone 17 Pro.

Presa da sola, la notizia vale poco. I consumi cinesi arrancano da anni, le feste degli sconti hanno perso smalto, e Huawei intanto è cresciuta del 19%: dentro quel numero c’è parecchio nazionalismo dei consumi e poco determinismo tecnologico. Quello che vale qualcosa è il motivo per cui gli sconti erano così timidi. I produttori non avevano margine perché la memoria, il componente che più pesa sul costo di un telefono, sta vivendo il rincaro più violento della sua storia. E il colpevole ha un nome: l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

Il gioco a somma zero dei wafer

Il meccanismo è semplice e brutale. Samsung, SK Hynix e Micron, i tre produttori che controllano il mercato mondiale delle memorie, stanno spostando le linee produttive verso l’HBM, la memoria che alimenta gli acceleratori dei centri di calcolo per l’intelligenza artificiale. I margini sui server stracciano quelli sui dispositivi di consumo, e Microsoft, Google, Amazon e Meta pagano qualunque cifra pur di garantirsi le forniture. IDC lo ha descritto come un gioco a somma zero: ogni wafer che finisce in una GPU Nvidia è un wafer negato a un telefono di fascia media o all’SSD di un portatile.

I numeri, in fila: secondo TrendForce le memorie per telefoni sono quasi raddoppiate nel primo trimestre 2026 e salite di un altro 78-83% nel secondo. Gartner stima che a fine anno il rincaro combinato di DRAM e SSD toccherà il 130%, cioè telefoni più cari del 13% e PC più cari del 17%. Il dettaglio migliore però è nell’ultimo rapporto trimestrale: i rincari stanno rallentando, ma non perché sia arrivata nuova offerta. Rallentano perché la gente non ce la fa più a pagare. Il mercato non si sta riequilibrando, si sta spegnendo.

La commodity che non arriva

Per anni ci hanno raccontato che l’intelligenza artificiale sarebbe diventata una commodity, come l’elettricità: invisibile, abbondante, economica. Sul piano dei modelli sta succedendo davvero: farli girare costa sempre meno di generazione in generazione, i pesi aperti si moltiplicano, la distanza tra i modelli più avanzati e quelli gratuiti si assottiglia. Se guardate solo lì, la profezia si avvera.

Ma la rendita non evapora, trasloca. Mentre l’intelligenza si banalizza in superficie, sul piano fisico si concentra: tre produttori con un potere sui prezzi che non si vedeva da quindici anni, prezzi che salgono anche quando la domanda dei consumatori crolla, contratti pluriennali che blindano la capacità produttiva per chi può permettersela. IDC ha usato un’espressione da sottolineare: non una scarsità ciclica, ma una riallocazione strategica potenzialmente permanente della capacità mondiale di silicio. Tradotto: non è una carestia, è una scelta. Qualcuno ha deciso chi merita i wafer, e non siete voi.

Una tassa regressiva annegata nel prezzo

E qui arriviamo al punto che nessuno chiama col suo nome. Il boom dell’intelligenza artificiale ha un costo, e non lo pagano i colossi dei centri di calcolo, che lo scaricano a valle, né gli investitori, che per ora incassano. Lo paga chi compra (comprava?) un telefono da 150 euro.

TrendForce prevede il ritorno dei 4 giga di RAM sui telefoni di fascia bassa, roba che fino a ieri sembrava impensabile. Sui PC, Gartner dice che la fascia sotto i 500 dollari sparirà entro il 2028, con le memorie inchiodate ai minimi e gli acquirenti di fascia bassa in fuga dal mercato cinque volte più veloci di quelli di fascia alta. Dopo dieci anni in cui le funzioni dei modelli di punta scendevano verso il basso, la democratizzazione delle specifiche si sta invertendo. E occhio al paradosso statistico: la RAM media per telefono continuerà a salire, ma solo perché i modelli economici spariscono dalla produzione. La media migliora espellendo i poveri dal campione.

È una tassa regressiva, perfettamente invisibile perché annegata nella distinta dei componenti. Non compare in nessuna busta paga, in nessuna bolletta, in nessun dibattito pubblico. Colpisce chi ha di meno e finanzia un’infrastruttura i cui benefici, se va bene, arriveranno altrove e più tardi.

Le scorie non aspettano

Sui lavoratori la logica è la stessa, e altrettanto silenziosa. Meno volumi, meno lavoro lungo tutta la filiera: fabbriche, componenti, logistica, negozi. Xiaomi ha tagliato le previsioni 2026 per la seconda volta in sei mesi, dice Nikkei Asia: dai 170 milioni di telefoni dell’anno scorso a 135, ora attorno a 95. Oppo e Vivo sotto i 90 milioni, e Counterpoint prevede per il mercato globale un calo del 14%, il peggiore di sempre. Intanto Micron archivia un trimestre record col titolo a +800% in un anno. Chi paga e chi incassa, difficile fotografarlo meglio.

C’è pure una torsione ironica. Tenere i dispositivi più a lungo, comprare ricondizionato, saltare il cambio annuale: comportamenti ecologicamente sacrosanti, che anni di prediche sulla sostenibilità non avevano prodotto. Ora arrivano, ma non per scelta: è una sobrietà imposta, l’effetto collaterale della bolla di qualcun altro. E la differenza tra austerità scelta e austerità subita è esattamente la differenza tra una politica e una scoria.

Ecco perché il ragionamento consolatorio, aspettiamo che l’intelligenza artificiale si assesti e diventi la commodity promessa, non regge. Primo: l’assestamento potrebbe non arrivare come lo immaginiamo. Le nuove fabbriche non entreranno a regime prima del 2027 inoltrato, i più pessimisti non vedono sollievo prima del 2028, e i prezzi delle memorie scendono sempre molto più lentamente di come salgono. Secondo: anche quando i prezzi caleranno, le scorie resteranno. Fasce di mercato sparite, utenti espulsi, filiere ridimensionate, dispositivi vecchi tenuti in vita con annessi problemi di sicurezza.

Il 618 tornerà l’anno prossimo, con gli sconti e le maratone di vendita in diretta. Ma quel -13% è la prima riga leggibile di un conto che è già in tavola. Non serve aspettare che l’intelligenza artificiale diventi una commodity per fare i conti con i suoi costi. Basta smettere di far finta che il conto non sia arrivato.

Io Threads l’ho già visto: si chiamava FriendFeed

Threads e FriendFeed, le piazze social di Meta

Il New York Times descrive una piattaforma di community e fandom, non il clone di Twitter. Chi c’era nel 2008 la riconosce: è la piazza che Facebook comprò nel 2009 e lasciò morire.

Il New York Times ha intervistato Connor Hayes, il capo di Threads, e nell’articolo c’è un numero che dieci anni fa avrebbe aperto tutte le newsletter di settore: 500 milioni di utenti mensili dichiarati da Meta, che sulla carta valgono la parità con X. Sulla carta, perché nessuno può verificarli da fuori, e vale per entrambe le piattaforme. Nel 2026 è passato quasi inosservato, perché tutti guardano altrove. Compresa Meta. Io l’ultima call con gli investitori non l’ho ascoltata, ma il Times sì, e ha tenuto il conto: Zuckerberg ha nominato l’intelligenza artificiale 49 volte. Threads due.

Eppure il dato interessante dell’intervista non è la dimensione. È la forma. Threads era nato nel 2023 come clone di Twitter, l’ennesimo tentativo di occupare lo spazio lasciato libero dalla trasformazione di Twitter in X. Tre anni dopo, il NYT descrive un’altra cosa: una piattaforma dove la gente non segue un feed di notizie ma si raduna in community. K-pop, WNBA, appuntamenti, libri, serie tv. Utenti tra i trenta e i quarant’anni che passano ore a discutere della loro band preferita. Una community champion citata nell’articolo la definisce “a millennial Myspace wild West”, e precisa che il clima è fatto di post scemi e divertenti più che di scontro politico. Il capo di Threads, dal canto suo, riassume la strategia in una frase: seguire l’intento degli utenti.

Ecco, io quell’intento l’ho già visto all’opera. Aveva un nome: FriendFeed.

FriendFeed, il prodotto che c’era già

Per chi non c’era: FriendFeed nasce nel 2007 da un gruppo di fuoriusciti di Google di primissima fascia, tra cui Paul Buchheit, il creatore di Gmail, e Bret Taylor, uno dei padri di Google Maps. Tecnicamente era un aggregatore: importava le tue attività da Flickr, dai blog, da Twitter stesso, e ci costruiva sopra un feed in tempo reale. Ma nessuno lo usava per l’aggregazione. Lo si usava per la piazza che ci cresceva sopra: conversazioni lunghe, stanze tematiche, community di appassionati che discutevano di qualsiasi cosa con un’intensità che Twitter, con i suoi 140 caratteri, non poteva permettersi. Post scemi e divertenti più che scontro politico, per l’appunto.

In Italia fu un fenomeno vero. Tra il 2008 e il 2010 la community italiana di FriendFeed era probabilmente il posto più vivo dell’internet nostrana, molto più di quanto i numeri assoluti lasciassero intendere. Era piccolo, densissimo, umano. Chi c’era (io c’ero) se lo ricorda come si ricordano i posti, non i siti.

Poi arrivò Facebook. Nell’agosto 2009 comprò FriendFeed per una cifra intorno ai 47 milioni di dollari, spiccioli anche per la Facebook di allora. Non era un’acquisizione di prodotto, era un’acquisizione di persone e di idee: Bret Taylor diventò CTO di Facebook, e il tasto Like, che FriendFeed aveva inventato nel 2007 e Facebook aveva già copiato pochi mesi prima dell’acquisto, divenne il mattone fondamentale di tutto quello che Facebook ha costruito dopo. Il prodotto, invece, fu lasciato in agonia per sei anni e spento definitivamente nell’aprile 2015. Facebook ha digerito il DNA di FriendFeed e ha buttato via la piazza.

La pazienza di Meta

Questa storia è il motivo per cui leggo con scetticismo le dichiarazioni di Hayes, che nell’intervista promette investimenti in crescita e fissa l’obiettivo del miliardo di utenti. Non perché siano false, ma perché la pazienza di Meta non è mai stata una questione di affetto per i prodotti. È una questione di funzione strategica.

Il pattern è documentabile. Messenger è rimasto per anni senza monetizzazione perché proteggeva il core. Lasso, IGTV, Bulletin, la piattaforma di punta del metaverso chiusa a marzo di quest’anno dopo miliardi bruciati: tutto ciò che smette di servire viene spento, indipendentemente da quanto ci si era investito in proclami. C’è perfino un precedente onomastico: un’app chiamata Threads esisteva già, era il companion di messaggistica di Instagram lanciato nel 2019 e chiuso nel 2021. Meta ricicla anche i nomi dei prodotti morti.

E i segnali attuali sono contraddittori. Le pubblicità su Threads sono arrivate solo a gennaio, e Meta non ha rilasciato un solo numero su ricavi o engagement reale. L’analista di S&P citata dal NYT lo dice senza giri di parole: potrebbe essere il prossimo Facebook o un buco nell’acqua, e finché non vedremo i dati veri non lo sapremo. Il potenziale teorico, un miliardo di utenti e una trentina di miliardi di ricavi annui, va misurato contro i 201 miliardi che Meta fattura già oggi. Threads, nella migliore delle ipotesi, vale un settimo dell’azienda. Zuckerberg lo aveva detto subito, nel 2023: non è un progetto enorme. Lo ha ribadito definendolo una possibile “quinta grande app” della famiglia. La quinta.

Perché stavolta potrebbe andare diversamente

Detto tutto questo, ci sono due differenze rispetto al 2009 che mi impediscono di chiudere il pezzo con il funerale annunciato.

La prima è il contesto competitivo. Quando Facebook spense FriendFeed, Twitter era vivo e in crescita, e tenere in piedi una seconda piazza conversazionale non serviva a niente. Oggi, e anche qui mi affido ai numeri messi in fila dal Times, X ha perso cento milioni di dollari di ricavi pubblicitari in un solo trimestre, Mastodon si è sgonfiato del 70 per cento rispetto al picco, Bluesky resta un decimo di Threads. Il territorio è scoperto, e occupare spazi lasciati sguarniti dalla concorrenza ha un valore in sé.

La seconda è più profonda, ed è la vera ragione per cui Threads potrebbe sopravvivere alla proverbiale impazienza di Meta. Nell’era in cui Facebook e Instagram si riempiono di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, una piattaforma di conversazione tra esseri umani veri è diventata una risorsa scarsa. Lo ammette lo stesso Hayes, che non a caso arriva a Threads dalla divisione AI generativa di Meta: il fascino del prodotto è che ci parlano persone. Per Meta questo significa due cose molto concrete: inventory pubblicitaria di qualità e, non lo dice nessuno ad alta voce, testo umano fresco in un’epoca in cui il testo umano fresco vale oro.

FriendFeed morì perché era una piazza senza funzione strategica. Threads è la stessa piazza, ricostruita per sbaglio diciassette anni dopo, ma stavolta con una funzione. La domanda giusta, quindi, non è se farà utili significativi. È per quanto tempo resterà necessaria a Meta. E la storia di FriendFeed serve a ricordare cosa succede, in casa Meta, il giorno in cui la risposta cambia.

Videogiochi, dematerializzazione in corso

dematerializzazione in corso

Tre anni fa, su N3rdcore, mi chiedevo se nell’era del modello Game Pass avesse ancora senso comprare videogiochi. Il primo luglio 2026 Sony ha risposto alla mia domanda: da gennaio 2028 non produrrà più dischi per i nuovi giochi PlayStation. Fine del supporto fisico, fine della scatola, fine di quel gesto un po’ feticista di far scorrere l’unghia sul cellophane. D’ora in poi, solo download.

Ma il vero punto non è l’annuncio. È il tempismo.

Due annunci, una sola lezione

Lo stesso giorno, nello stesso giro di comunicati, Sony ha annunciato anche la chiusura degli store digitali di PS3 e PS Vita, prevista per luglio 2027 nella maggior parte dei paesi. Rileggete la sequenza: nel momento esatto in cui comunica che d’ora in poi i giochi esisteranno solo come bit sui suoi server, Sony dimostra anche cosa succede a quei bit quando i server smettono di essere convenienti. Non serve costruire scenari distopici, non serve immaginare un futuro in cui la piattaforma decide che il vostro acquisto non esiste più: ve lo stanno mostrando in diretta, nella stessa press release.

Non è nemmeno la prima volta. Sony ci aveva già provato nel 2021: annunciò la chiusura degli store PS3 e Vita, la community insorse, e Jim Ryan fece marcia indietro ammettendo pubblicamente che era stata la decisione sbagliata. Cinque anni dopo ci riprovano, con un preavviso più lungo e una comunicazione più curata. Hanno imparato la lezione, ma quella di public relations, non quella di principio. La direzione non è mai cambiata: è cambiata solo la pazienza con cui la percorrono.

Le conseguenze vere della fine dei dischi

La prima è quasi banale: se la produzione di dischi finisce a gennaio 2028, la prossima console PlayStation, chiamiamola pure PS6, nascerà con ogni probabilità senza lettore ottico. Sony non lo dice, e lascia aperta la porta a qualche soluzione per la retrocompatibilità con i dischi PS4 e PS5 (milioni di persone hanno librerie fisiche che non possono semplicemente evaporare), ma la timeline parla da sola.

La seconda è quella che mi interessa di più: la fine del mercato dell’usato. E qui voglio essere preciso, perché la precisione in questo caso è più cattiva della retorica. Il mercato dell’usato non muore di morte naturale: viene soppresso perché era un costo. Ogni copia rivenduta è una copia nuova non venduta, ogni disco prestato a un amico è un cliente potenziale sottratto al catalogo digitale. La rivendita, lo scambio, il prestito, il diritto elementare di dire “questo gioco non mi è piaciuto, lo cedo e recupero qualcosa”: tutto questo non è un effetto collaterale della transizione al digitale. È uno degli obiettivi.

La terza è la più profonda, ed è quella su cui scrivevo già nel 2023: quello che compriamo non è nostro. Solo che nel frattempo la cosa ha smesso di essere una tesi da editoriale ed è diventata legge. In California dal 2025 gli store digitali non possono più usare parole come “compra” o “acquista” senza chiarire che stai comprando una licenza revocabile, non il gioco. E un portavoce Sony, interpellato proprio sulla chiusura degli store PS3 e Vita, ha confermato candidamente a Game File che tutti i contenuti digitali venduti sulle piattaforme PlayStation sono licenze personali per uso non commerciale. Non lo dico io, non lo dice un blogger arrabbiato: lo dice Sony. Il tasto “Acquista” è un tasto “Noleggia” con un vestito migliore.

Il pezzo scomodo: siamo stati noi

Sarebbe facile fermarsi qui e recitare il de profundis. Ma un pezzo onesto deve fare i conti con un dato: circa quattro acquisti su cinque di giochi completi su PS4 e PS5 erano già digitali prima di questo annuncio. Il mercato che stiamo piangendo era già residuale. Il PC ci è passato più di dieci anni fa con Steam, e non ricordo cortei. Abbiamo votato, con il portafoglio e con la pigrizia, per la comodità del download alle due di notte contro il viaggio al negozio. Io per primo: la mia PS5 ha un lettore ottico che negli ultimi anni ha girato meno del motore di una Vespa d’inverno.

E c’è di più: il disco stesso era ormai diventato una finzione. Il collettivo di preservazione Does It Play ha verificato che il disco di 007: First Light contiene solo la prima missione del gioco; tutto il resto va scaricato. Quella scatola che compravamo per “possedere” il gioco era già, in molti casi, un simulacro: plastica con dentro un segnalibro. Sony non ci sta togliendo la proprietà. Ci sta togliendo l’ultima vestigia della proprietà, perché non serviva più nemmeno come tale.

C’è pure un’ironia storica che merita una riga: PlayStation nacque vincendo la guerra dei supporti. Fu il CD-ROM, economico e capiente, a strappare a Nintendo e alle sue costose cartucce publisher come Square, e con loro un’intera generazione di giocatori. La console che conquistò il mondo grazie al supporto fisico è la stessa che oggi lo dichiara obsoleto. Il cerchio si chiude, e come tutti i cerchi che si chiudono, fa un rumore sinistro.

La preservazione dei videogiochi, memoria di un’arte

C’è infine una posta in gioco che va oltre i portafogli e i diritti dei consumatori, ed è quella che mi preoccupa di più: la memoria. Il videogioco è una forma di espressione artistica, ormai lo ammettono perfino i musei, e come ogni forma d’arte ha bisogno di essere conservata per poter essere studiata, riletta, tramandata. Solo che qui i numeri sono già oggi da allarme rosso: secondo uno studio della Video Game History Foundation, l’87% dei giochi classici usciti negli Stati Uniti prima del 2010 è fuori commercio, non acquistabile legalmente in nessuna forma. Immaginate una biblioteca in cui nove libri su dieci non sono più consultabili, e chi detiene i diritti non ha alcun interesse a ristamparli.

Attenzione però a non fare del disco un santino: come archivio, il supporto fisico era già compromesso da anni, tra patch obbligatorie al day one e scatole che contengono un decimo del gioco. Il punto non è che il disco preservasse bene. Il punto è che era l’unica forma di preservazione che non richiedeva il permesso del publisher. Un disco su uno scaffale esiste, si presta, si dona a un archivio, sopravvive al fallimento di chi lo ha prodotto. Un gioco digitale esiste finché qualcuno, altrove, decide di mantenerlo in catalogo.

E sappiamo già come va a finire, perché è già successo: P.T., il teaser giocabile di Kojima e del Silent Hills mai nato, era distribuito solo in digitale. Konami lo ha rimosso nel 2015 e da allora non è più scaricabile nemmeno da chi lo aveva acquisito. Oggi una delle esperienze horror più influenti del decennio esiste soltanto sulle console usate di chi lo aveva installato prima della rimozione, vendute come reliquie. Un’opera d’arte trasmessa per copie superstiti, come i manoscritti medievali. Nel mondo tutto digitale che comincia a gennaio 2028, ogni gioco è un potenziale P.T.: e il paradosso finale è che, tra trent’anni, le uniche copie giocabili di quest’epoca potrebbero essere quelle piratate. La conservazione della decima arte affidata a chi ha violato i termini di servizio.

Cosa resta da fare (perché qualcosa resta)

Nel 2023 chiudevo il mio pezzo sul Game Pass ammettendo di dover rivedere alcune mie convinzioni ottimistiche. Oggi ne aggiungo una: il Game Pass, almeno, era onesto. Un abbonamento si presenta per quello che è, un noleggio a tempo. Il problema vero è l’acquisto digitale, che si traveste da proprietà mantenendo la sostanza del noleggio. La battaglia, quindi, non è per salvare il disco: quella è persa, e forse era persa già da anni. La battaglia è per la trasparenza e per la preservazione.

E su questo fronte il bilancio è in chiaroscuro, ma non è un deserto. La legge californiana è un precedente che altre giurisdizioni possono copiare, Europa in testa. L’iniziativa dei cittadini europei Stop Killing Games ha raccolto quasi 1,3 milioni di firme validate e ha costretto la Commissione a rispondere: la risposta, arrivata a fine giugno, è stata un no a nuove leggi, in nome dei diritti di proprietà intellettuale degli editori, con l’impegno però ad aprire entro fine anno un tavolo per un codice di condotta sul fine vita dei giochi. Non è la vittoria che serviva, e la partita si sposta ora sul Digital Fairness Act: ma dieci anni fa l’idea che un milione e mezzo di giocatori portasse il tema della proprietà digitale nell’agenda di Bruxelles era fantascienza.

Piattaforme come GOG dimostrano che un modello di distribuzione digitale senza DRM è commercialmente sostenibile. E il retrogaming fisico, paradossalmente, uscirà da questa storia più prezioso di prima: trent’anni di dischi e cartucce non spariscono, anzi diventano l’unico pezzo di storia del videogioco che nessun server potrà mai spegnere.

Quello che possiamo fare, come giocatori, è smettere di firmare il contratto senza leggerlo. Pretendere che “acquista” significhi acquista, oppure che si chiami con il suo nome. Sostenere chi preserva, chi documenta, chi vende senza lucchetti. E magari, ogni tanto, comprare ancora una scatola: non per nostalgia, ma per lo stesso motivo per cui si tiene un libro sullo scaffale. Perché resti lì anche quando qualcuno, da qualche parte, decide di premere l’interruttore.

Se dovessi scommettere su Twitter

Se dovessi scommettere su Twitter, su che fine farà, direi che non si mette bene. E non perché Musk sia riuscito a ottenere da un giudice un po’ di quei dati che dice di volere (per sfilarsi dall’accordo per comprare tutta la baracca a 44 miliardi di dollari), ma perché il danno d’immagine procurato alla società è enorme.

Non vedo, francamente, come possano pensare di andare avanti a lungo dopo queste batoste in serie. Se anche venisse confermato l’accordo e Musk dovesse pagare, il giorno dopo cosa accadrebbe?

Quindi, da qui a un anno?, resteremo in mano a due entità: da un lato Facebook+Instagram, dall’altra TikTok.