Un’altra Huawei, dopo Huawei

Qualche sera fa, a cena, si discuteva di tecnologia con colleghi giornalisti (sì, tanto per cambiare). Qualcuno ha sollevato la questione “chi sarà la prossima Huawei?”.

La mia risposta a questa domanda è stata, semplificando, che non ci sarà un’altra Huawei dopo Huawei: l’azienda cinese ha investito pesantemente in R&D per mettersi in testa al mercato 5G, delle infrastrutture e dei device consumer, e ora sta lavorando anche per il settore enterprise e delle smart infrastructure. Lo ha fatto e continua a farlo: i risultati le danno ragione, in termini di market share e fatturato.

Parlare di vantaggio competitivo in termini di anni, mesi, giorni o settimane è forse una sciocchezza. C’è qualcosa però che vale la pena sottolineare, ovvero che il mondo della tecnologia e in particolare quello delle telecomunicazioni è fatto di brevetti incrociati e licenze FRAND: visto il gran numero di brevetti che Huawei possiede, e che i suoi concorrenti possiedono, non si può fare a meno di nessuno se si vuol fare sul serio nella costruzione di una rete 5G. E una rete 5G serve, a chiunque voglia contare nel futuro: su questa si costruiranno business, startup, servizi.

C’è ovviamente sul piatto la questione del ban statunitense per Huawei: l’ipotesi bislacca di rivolgersi ai concorrenti, soltanto ai concorrenti, è impraticabile per un paio di questioni molto pratiche. La prima è che non esiste molta concorrenza nella fascia bassa del mercato, dove Huawei la fa storicamente da padrone e in cui conta un bel po’ anche in Nordamerica dove riveste un ruolo significativo per gli operatori rurali. La seconda è che la concorrenza si sta assottigliando: dopo aver dovuto dire addio ad Alcatel e Lucent, che prima si sono fuse e poi sono state acquisite, ora pare che sia il turno di Nokia di avere qualche problema (forse proprio derivante dall’acquisizione di Alcatel-Lucent).

Come detto più volte per gli smartphone, però, meno concorrenza non è mai una buona notizia per nessuno. Speriamo che, presto, si ristabilisca una sana competizione in questo settore.

La bufala di San Valentino su YouTube

Gira questa fanfaluca sui social, oggi, secondo cui YouTube sarebbe stato fondato proprio il 14 febbraio perché all’inizio era un sito di dating.

È una balla clamorosa, e il racconto su come veramente è nato YouTube l’avevano fatto gli stessi fondatori al TIME qualche anno fa:

No company, of course, is ever founded in a single moment, and YouTube evolved over several months. Chad and Steve agree that Karim deserves credit for the early idea that became, in Steve’s words, “the original goal that we were working toward in the very beginning”: a video version of HOTorNOT.com HOTorNOT is a dating site that encourages you to rate, on a scale of 1 to 10, the attractiveness of potential mates. It’s a brutal, singles-bar version of MySpace, but Karim says it was a pioneer: “I was incredibly impressed with HOTorNOT, because it was the first time that someone had designed a website where anyone could upload content that everyone else could view. That was a new concept because up until that point, it was always the people who owned the website who would provide the content.”

The idea of a video version of HOTorNOT lasted only a couple of months. “It was too narrow,” says Chad. He notes that another early idea was to help people share videos for online auctions. But as the site went live in the spring of 2005, the founders realized that people were posting whatever videos they wanted. Many kids were linking to YouTube from their MySpace pages, and YouTube’s growth piggybacked on MySpace’s. (MySpace remains YouTube’s largest single source of U.S. traffic, according to Hitwise.) “In the end, we just sat back,” says Chad–and the free-for-all began. Within months–even before Lazy Sunday–investors such as Time Warner and Sequoia Capital, a Menlo Park investment firm, began to approach YouTube about buying in. Big advertisers started paying attention in October 2005, when a cool Nike ad-that-doesn’t-look-like-an-ad of the Brazilian soccer player Ronaldinho went viral in a big way on YouTube. Sequoia–which has helped finance Apple, Google and other valley greats–ended up providing about $8.5 million in 2005–just in time for Steve to avoid having to increase his credit-card limit yet again to pay for various tech expenses.

The YouTube Gurus (25 dicembre 2006)

Niente sito di incontri e amori, quindi: semplicemente l’ispirazione come spesso accade era partita da quanto i founder (che all’epoca erano molto giovani) conoscevano bene. E quello citato era tra i primi esempi di sito in grado di ospitare il cosiddetto user generated content.

Lo stato attuale dei dispositivi per la domotica fai-da-te

Dopo il singhiozzo di Xiaomi ho pensato di ricominciare da capo e migrare tutto su altri device di altro marchio. Ho anche una ragione pratica per farlo: nel mio appartamento ho mescolato lampadine tutte formalmente Xiaomi (Yeelight RGB, Yeelight bianco, Xiaomi-Philips), ma sono costretto a gestirle con due app diverse e per una serie di strani effetti combinati finisco per avere alcune lampade duplicate in Google Home.

Il problema è che non esiste ancora un’alternativa universale in termini di qualità, convenienza, praticità. O sei pronto a spendere tanti, ma davvero tanti euro e punti su un prodotto come le LiFX, oppure se ti butti su altro ti scontrerai sempre con qualche limite.

Un esempio di questi limiti: i sistemi di illuminazione come Philips o Ikea, che formalmente sono entrambi su protocollo ZigBee, richiedono un hub apposito (e proprietario) da acquistare e aggiungere al proprio impianto. Una complicazione, doppia nel caso di Ikea visto che è indispensabile anche un telecomando wireless (da acquistare) per poter configurare la prima volta le lampadine.

La morale della favola è che mi è subentrato lo sconforto: a meno che Google domani non lanci la propria linea di lampadine smart, non credo che cambierò nulla per ora.

Google, Cina, Android, mappe, censura e tutto quanto

C’è un tormentone che gira ultimamente attorno ad Alphabet, ovvero Google, relativo a un presunto tentativo da parte dell’azienda di mettere a tacere ogni forma di dissenso interno. Difficile stabilire quale sia la verità: sicuramente a Mountain View si devono confrontare con la progressiva crescita che l’ha portata a diventare un’azienda da oltre 100.000 dipendenti, con tutti i problemi che la maxi-taglia si porta dietro, e niente solletica più un certo tipo di stampa come prendersela con quelli grandi grandi.

In questo articolo del Washington Post viene raccontata una storia relativa a un ex-dipendente che ha appena lasciato il Googleplex e si è lanciato in politica. I motivi della sua uscita, dice il pezzo, sono legati al progressivo irrigidimento di Google sui temi della diversity: in particolare si fa riferimento alla questione cinese, visto che il search più famoso del mondo ha provato in passato a stare in Cina alle condizioni del Governo locale ma ha finito per abbandonare quel terreno per via dei troppi compromessi necessari.

Il passaggio più interessante, comunque, è questo:

Within a year, however, LaJeunesse said he was approached by the Maps team about launching in China. New plans to reenter the market, which seemed to be introduced every year, were largely driven by fears around losing control of Android, Google’s open-source mobile operating system. Without agreeing to China’s demands for censorship and access to user data, Google could not launch an app store or operate an official version of Android with demands that Chinese phone manufacturers give apps like Google Search space on the home screen. As Google’s go-to policy guy for China, LaJeunesse interceded when proposals raised concerns, such as Project Sidewinder, an app store for Android phones in China.
But for Google, the debate around China was also existential. The Chinese market represents not just Google’s best chance at another billion users, but also the future of innovation, talent and artificial intelligence.

A top Google exec pushed the company to commit to human rights. Then Google pushed him out, he says.
Wikipedia

La Cina, così come l’India anche se in misura minore, è un terreno di caccia per tutti. E Google, secondo quanto riporta il WP, pensa a una delle sue app di maggior successo (Maps) per usarla come testa di ponte e andare alla conquista di un mercato così importante.

Quando Trump ha deciso che Huawei era il nemico pubblico numero uno, forse, non aveva considerato due fattori. Il primo è che oggi gli Stati Uniti non possono più pensare a un’autarchia tecnologica: per sviluppare e implementare la rete 5G, così come per produrre chip e device, non possono fare a meno dei brevetti, della tecnologia, della manifattura cinese. L’altro aspetto, forse ancora più significativo, è che la Cina è un mercato di cui non si può fare a meno: ci sono milioni e milioni di consumatori che possono trasformarsi in miliardi di fatturato, e starne fuori significa lasciar spazio ai concorrenti per consolidarsi in quella geografia.

Anzi, la spinta ricevuta da Huawei in seguito al bando sta già producendo effetti in tal senso. È anche per questo che la famosa licenza in sospeso è meglio che si sbrighi ad arrivare.

Antico proverbio klingon

“All of our 5G [hardware] is now America-free,” Huawei cybersecurity official John Suffolk told the Journal. “We would like to continue using American components. It’s good for American industry. It’s good for Huawei. That has been taken out of our hands.”

Huawei’s Latest Smartphones, Network Gear are “America-Free”

Secondo me Donald non ci aveva pensato a questa possibilità.
200 milioni di smartphone l’anno (più tutti i dispositivi di rete) “America Free”.