Il mio errore di calcolo

Il 25 febbraio scrivevo questo:

Le mie letture sul tema le ho fatte, non attingendo al classico paniere informativo italiano, e ho una percezione che ritengo equilibrata della questione: per lui, che si è abbeverato solo ai canali TV nazionali, invece siamo sull’orlo del disastro. 60 milioni di abitanti in Italia, due focolai che hanno fatto appena 250 contagiati (o poco di più), 7 morti che però pare fossero tutti pazienti affetti da altre patologie gravi.

Un problema di informazione

Mi sembra evidente, col senno di poi, che quanto sostenevo fosse frutto di una informazione solo parziale su quanto stava accadendo: chi, d’altra parte, il 25 febbraio aveva capito fino in fondo la portata di quanto ci stavamo apprestando ad affrontare?
Io di certo no.

Mi sembra altrettanto evidente, sempre col senno di poi, che oggi ci troviamo ad affrontare due principali problemi relativi alla gestione di quella che è senza dubbio una vera pandemia.

Il primo, forse il più grave, è la mancata comprensione di come tale pandemia si sviluppi e perduri: la leggerezza con la quale non vengono rispettate le indicazioni fornite dai tecnici e dagli scienziati sul distanziamento, l’igiene, le scelte da fare per condurre la nostra vita con modalità e impegni molto diversi che in passato. Io vivo recluso in casa, la cosa inizia a pesarmi dopo tanti mesi, ma vedo che attorno a me esiste una sorta di doppio standard: a parole tutti coscienziosi, nei fatti ci sono molti che non rinunciano alla passeggiata domenicale o a qualsiasi altra forma di svago che oggi sarebbe sconsigliabile. Badate bene, non è una questione di aver paura del virus: è questione di comprendere quale sia la portata che questo fenomeno ha avuto ieri, ha oggi e avrà domani sulla nostra società.

Qui si incardina il secondo problema. Il covid19 non è ebola (ci sarebbe da fare un paio di battute o considerazioni sul fatto che ciò sia un bene o un male), ma non è neppure la comune influenza: esattamente come l’influenza ci sono dei casi in cui è poco più di un disturbo (mal di testa, mal di ossa, anosmia ecc), ma anche altri in cui si trasforma in una pericolosa e a volte letale polmonite. Questi sono i casi che affollano gli ospedali: sono i casi che stanno mandando in malora il nostro intero servizio sanitario. Perché il sovraffollamento delle terapie intensive costringe i medici a interrompere altre terapie che pure potrebbero essere salvavita, ma hanno la “sfortuna” di ammazzare il paziente più lentamente e dunque le si rimanda al futuro prossimo sperando che non causino troppi danni nel frattempo. Stiamo parlando di cose apparentemente banali, come gli screening per la diagnosi precoce di alcune forme tumorali, che come potete facilmente immaginare a lungo andare potranno causare danni incalcolabili.

Tutta la questione si riduce a questo, a mio avviso, a ciò che questa pandemia sta cambiando nel nostro stile di vita. Ha messo in luce quanto sapevamo già: ovvero che non siamo andati molto oltre quel vecchio homo homini lupus che per ultimo Thomas Hobbes aveva usato per raccontare il suo Stato di Natura ormai più di 400 anni fa. La solidarietà non è un valore primario della nostra civiltà: non lo è quando decidiamo di ignorare le regole, non lo è quando non ci curiamo delle conseguenze delle nostre scelte (salvo quando poi tali conseguenze colpiscono un congiunto prossimo), non lo è quando in punta di diritto o di coltello cerchiamo di far valere le nostre questioni di lana caprina per giustificare il nostro voler essere contro a ogni costo.

Non è che la sopravvivenza degli esercizi commerciali non mi stia a cuore: ma non mi dimentico lo sprezzo con il quale alcune categorie hanno ignorato o bistrattato la cosa pubblica, chi ha evaso in modo sistematico le tasse, chi per anni (non tutti, sia chiaro: chi l’ha fatto però oggi se lo porta sulla coscienza, se ne ha una) ha spinto sempre più giù il fondo della fossa che ci siamo scavati. Oggi siamo tutti nella stessa situazione: se ti batti per restare aperto, ma questo comporta il crollo della fragile rete sanitaria che ci regge ancora in piedi come Paese, tra 6 mesi non avrai il problema di veder fallire la tua impresa. Semplicemente, non avrai più nessuno a cui vendere i tuoi prodotti.

Nel mio angolo di mondo l’ho visto succedere con immuni: se le sono inventate tutte per mettere i bastoni tra le ruote a qualcosa che poteva (e può ancora) dare una mano, che non è la sola e unica soluzione ma può essere parte di un disegno più ampio. Invece no: ti devono dimostrare sempre e comunque che sono più intelligenti di te, più furbi di te, più capaci di te, che ci vuole ben altro per risolvere il problema.

E poi, che peccato!, il paziente è morto: ma l’intervento è perfettamente riuscito.

La morte del cinema (o almeno, dei cinema)

Nelle ultime settimane praticamente tutti i blockbuster che attendevo con ansia di vedere al cinema sono stati rimandati di molti mesi: 007, Wonder Woman 1984, tutti i nuovi film della Marvel, e oggi è arrivata la notizia che Dune (il mio libro preferito, un regista che mi piace: dire che lo aspettavo ardentemente non rende l’idea) è stato addirittura posticipato a ottobre 2021. Praticamente 1 anno esatto, per un film (come 007, come Wonder Woman, come Black Widow ecc ecc) che era fatto e finito: per tutti era pure iniziata la promozione che ora, mi domando come, dovrà durare più a lungo del previsto.

Rimandare di un anno l’uscita di un film può avere senso per una serie di ragioni: ma farlo per via del Covid19, perché questo è il motivo che spinge oggi le produzioni a farlo, è una mossa che trovo poco ragionevole. Dire che Dune uscirà il 1 gennaio, il 1 agosto o il 1 ottobre è una scelta che ad oggi è del tutto arbitraria: non abbiamo alcuna idea di cosa succederà nei prossimi 12 giorni, figuriamoci nei prossimi 12 mesi. Ci stiamo confrontando con una questione, una pandemia, che non ha precedenti: non tanto sul piano sanitario, quanto soprattutto sul piano economico – visto che nei 100 anni trascorsi dall’ultima grande epidemia, la Spagnola, la nostra società si è evoluta in quel turbo-capitalismo iper-liberista globale che oggi conosciamo bene.

L’equazione scritta dai cineasti è dunque la seguente: l’unico titolo di rilievo uscito in sala è stato Tenet, che è andato discretamente bene considerato che in molti luoghi i cinema sono chiusi o sono accessibili a capienza ridotta, ma non così bene da ripianare i costi. Il rischio concreto è che non si riesca a rientrare neppure dei capitali investiti nella produzione – figurarsi farci del profitto.

Quindi, dicono i cineasti, rimandiamo l’uscita: una scelta che per loro è probabilmente gestibile ma che li costringerà a bloccare o posporre tutte le produzioni seguenti, a tenere “immobilizzati” capitali anche ingenti spesi per girare questi blockbuster di cui stiamo parlando, a rivedere (al ribasso) i budget dei prossimi film, e soprattutto che metterà probabilmente definitivamente in ginocchio un altro ramo dell’industria. Stiamo parlando delle sale cinematografiche, che già non se la passavano granché bene: questa pandemia gli sta assestando il colpo di grazia.

Facciamo un secondo una digressione.

Ho iniziato a interessarmi di diritti, finestre di distribuzione, copyright, drm e tutto quanto ruota attorno il mondo dei contenuti praticamente quando ho iniziato a fare il mio lavoro: il mio primo direttore, Paolo De Andreis, era super-attento e super-preparato su questi temi, e proprio su questi temi mi ha insegnato moltissimo su cosa significhi cercare di avere una visione ampia e di scenario rispetto a un determinato argomento.

Dicevo, dunque, che ne mastico un po’ da anni.
Negli anni ho sviluppato un mio personale punto di vista su cosa servirebbe a questo mondo, in particolare quello dei contenuti audiovisivi, anche sulla base di quanto è successo al mondo della musica: senz’altro il parallelo è un po’ forzato, ma può servire a spiegare la dinamica di quanto può succedere e in parte sta già succedendo nel mondo del cinema – inteso come le grandi produzioni di Hollywood, e di riflesso su chi possiede le sale. Nel mio mondo ideale, ciascun titolo sarebbe dovuto uscire già da molto tempo contemporaneamente su ogni piattaforma: sarebbe stato solo il mio gusto e la mia preferenza a spingermi di volta in volta ad andare al cinema per godermi un film sul grande schermo, o restarmene comodamente a casa per guardarmelo in alta definizione coi miei amici magari dopo una bella cena.

Se si fosse proceduto a fare dei cambiamenti alle dinamiche di questo mercato, che era già da molti anni in profonda sofferenza, oggi staremmo parlando di una grande opportunità; se si fosse proceduto quando era possibile a far sparire dalla faccia della terra le assurde finestre di distribuzione che costringono i film a stare in sala, poi andare a noleggio, poi sulla pay-tv e poi finalmente entrare nei circuiti “ordinari”; se si fosse puntato sul digitale in modo consapevole, sviluppando piattaforme che avrebbero avuto il tempo di consolidarsi e di catturare le preferenze degli spettatori. Se si fosse fatto, i proprietari delle sale cinematografiche avrebbero potuto decidere con maggiore consapevolezza che fine far fare alle proprie strutture, come gestirle, quanto e come investire, in che direzione far andare la programmazione.

Nulla di tutto questo è stato fatto.
L’unico esempio, concreto, in questa direzione è stato il lancio di Mulan – forzosamente piazzato su Disney+ anche per “sperimentare”. L’esperimento, per altro, è stato un successo: pensate a cosa sarebbe potuto essere con alle spalle un percorso sensato e robusto di marketing durato anni.

Certo, l’unica prospettiva ormai percorribile è quella del digitale nudo e crudo: non credo che le sale cinematografiche potranno digerire questi mesi di chiusure forzate, pochissime riapriranno. Molte saranno acquistate a prezzo di saldo, trasformate in tutt’altro o gestite d’ora in avanti con logiche che faranno fuori per sempre il cinema indipendente dal grande schermo. Questa situazione è destinata a tagliare definitivamente le gambe alle sale, e taglierà fuori dal mercato anche i vari distributori intermediari che storicamente hanno pure divorato una certa fetta dei guadagni del botteghino (qui nasce l’unica opportunità di vedere ancora sullo schermo produzioni dal budget gigantesco, i guadagni finiranno tutti nelle tasche delle major), e creerà parecchi grattacapi anche a chi fa cinema che non è made-in-Hollywood.

Il cinema, inteso come settima arte ma pure come luogo dove andavamo ad assistere alla magia della fantasia, non sarà mai più lo stesso.

Parola di Irwin Jacobs (fondatore di Qualcomm)

Another complicating factor is that governments in China and Europe have had industrial aid policies that helped their telecom firms in a way that the US has not. “Our government has not provided R&D support or other support that Huawei and ZTE (another successful Chinese firm) managed to get from their own government,” Jacobs says.

As you might expect, Jacobs, who retired in 2005, dismisses the accusation that Qualcomm’s license fees are excessive. In fact, he says they’ve remained stable even as Qualcomm has provided more technology, and that Qualcomm doesn’t just monetize its existing patents, but depends on a continuing stream of new research—as the company has done in the last decade with the new 5G standard. “Unless you keep running hard, people go right by you,” he says. “And too many of our companies have not made that investment in R&D and kept running hard.”

Qualcomm’s Founder On Why the US Doesn’t Have Its Own Huawei

In una lunga intervista concessa a Steven Levy, il fondatore (in pensione) di Qualcomm riassume in breve come funziona il discorso Stati Uniti contro Huawei e compagni: nessuno ha fatto i compiti a casa, negli USA, adesso si prova a forzare la mano con la politica.

Il punto è: probabilmente il destino di Huawei sarà segnato da tutto questo, ma tra cinque anni si riproporrà la stessa identica situazione quando si inizierà a parlare di 6G. Cambieranno i nomi, non cambierà il risultato: perché, nel frattempo, negli USA, nessuno sta facendo i compiti a casa.

Avviso agli influencer villeggianti

Ciao amici influencer, lo so che fate un mestiere difficile: il vostro lavoro prevede che mostriate una vita sempre perfetta per “ispirare” il vostro seguito. È un lavoraccio, altroché.

Però mi pare abbiate confuso quel discorso su rapporto tra causa ed effetto.

La causa: negli ultimi due mesi avete girato tutta Italia a fare cene, aperitivi, sushi, mojito, pranzi, bagni e bagni di sole.

L’effetto: siete finiti positivi al Sars-Cov-2.

Ora non serve fare i test per tenere al sicuro i vostri cari. Ci dovevate pensare prima.

In bocca al lupo.

Epic Vs. Apple: una storia sempre più bellissima

Oggi vi racconto una storia bellissima, fatta di paradossi e di situazioni al limite dell’incredibile: una storia in cui la politica internazionale si incrocia con le diatribe tra due aziende private, con sullo sfondo le elezioni presidenziali USA.

Tutto parte da una mossa (neanche tanto) a sorpresa di Epic, che per chi non lo sapesse è anche quella dell’Unreal Engine, che piazza dentro il celeberrimo Fortnite un’opzione per pagare che scavalca i meccanismi imposti da Apple su App Store. Così facendo non dovrà girare il 30 per cento di quanto incassa a Cupertino: ma, ovviamente, passa 1 minuto prima che scatti la rappresaglia. Epic viene messa alla porta da Apple: non solo facendo fuori Fortnite dal marketplace, ma pure terminando l’account sviluppatore di Epic e dunque tagliandola fuori totalmente dalle piattaforme con la mela morsicata (con un effetto a cascata anche per tutti quelli che usano l’Unreal Engine).

A questo punto, Epic va in tribunale (era tutto già organizzato, figurarsi): Apple, dal canto suo, risponde a carta bollata con carta bollata. La storia, evidentemente, durerà ancora molto a lungo.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Nelle ultime settimane un’altra vicenda ha tenuto ancora banco nel mondo della tecnologia: parliamo della fissazione degli USA, in particolare della amministrazione di Donald Trump, riguardo i cinesi che spierebbero gli americani a mezzo tecnologia. E così dopo Huawei e ZTE, nel mirino ci sono finite TikTok e WeChat. Mossa elettorale, ci sono le Presidenziali alle porte e Donald si deve mostrare forte se vuole ottenere altri 4 anni alla Casa Bianca.

Ora.

Sapete chi c’è dietro WeChat? Non preoccupatevi, ve lo dico io: c’è Tencent, una delle più grandi aziende asiatiche (e quindi del mondo) di tecnologia. Un colosso che, per darvi un’idea, potremmo paragonare a Google per il peso specifico che ha nel mondo digitale a Oriente. E Tencent possiede anche una bella fetta di Epic: una delle considerazioni fatte dopo quell’ennesima minaccia di ban da parte di Trump era stata, per l’appunto, il rischio che dentro il calderone ci finisse pure un blockbuster come Fortnite.

Torniamo alla nostra storia.

Mentre Epic e Apple si cannoneggiano in tribunale, Apple fa una mossa che ha il sapore del trolling: piazza in bella mostra sul proprio marketplace il principale concorrente di Fortnite, ovvero PUBG. Sempre di una battle royale si tratta, ma non la produce Epic.

Sapete di chi è PUBG? Di Tencent.

Quindi, siamo al paradosso di aver sponsorizzato un’app tutta cinese ai danni di un’altra app che è cinese solo in parte. Tutto questo mentre dalla Casa Bianca tuonano contro i rischi per la privacy e la sicurezza, a causa di questi vendor cinesi che passano le nostre informazioni al Governo di Pechino.

È o non è una storia bellissima?

PS: Lo so che il titolo contiene un errore, l’ho scritto apposta così!

paradox