L’analisi dei numeri del Coronavirus, fatta bene

(giustamente mi hanno fatto notare che “analisi” non è la parola giusta probabilmente in questo caso : d’altra parte qui ci scrivo le cose che non ho avuto il tempo di scrivere bene! meglio dire data visualization?)

Un giorno, credo 4 anni fa, mi presentano ‘sto tizio che sarebbe venuto con me a Seattle a seguire Build (chi non lo sapesse: è la conferenza di Microsoft per gli sviluppatori). Andrea era, e lo è ancora di fatto, un evangelist della piattaforma di Redmond (oggi dice che è un Cloud Solution Architect, che job title noioso: ma la verità è che si diverte ancora un sacco). È un professionista che conosce a menadito un bel pezzo di quella piattaforma, sa usarlo, sa dirti cosa è meglio fare (quale strumento usare, perché, come), e si dedica in modo genuino alla mission aziendale: to empower every person and organization on the planet to achieve more.

In più è anche molto simpatico: durante quel viaggio siamo diventati amici, e lo siamo tutt’ora.

Sfruttando pezzi di Office, Azure e PowerBI, Andrea ha messo assieme questo:

https://aka.ms/covidreport

È uno strumento di analisi, basato sui numeri, degli andamenti e delle tendenze dell’epidemia a livello nazionale, europeo e globale. Attinge ai dati ufficiali e pubblici rilasciati dai governi su GitHub, ci pastruga un po’, tira fuori grafici e mappe che chiariscono come sta andando la situazione.

Andrea è un ottimista di natura, dice che i numeri in Italia cominciano a migliorare. Non so se abbia davvero ragione, ma date un occhio a cosa sta facendo su PowerBI perché è molto interessante (e non è il solito “si dice” che gira su Whatsapp e su Facebook).

Siamo dei privilegiati

Siamo dei privilegiati, io e miei colleghi di StartupItalia.

Dal giorno 1 la nostra azienda è stata impostata per essere una azienda totalmente digitale. Ciascuno ha il suo portatile, tutti siamo dotati di un account che ci mette a disposizione posta elettronica, Office 365, Slack, Trello, Asana, qualsiasi altro strumento sia necessario per il nostro lavoro. Se non c’è, dice la regola, se serve a finire e fare meglio il lavoro, allora ci facciamo in quattro per mettertelo a disposizione.

Dal giorno 1 in cui è iniziata questa indicibile confusione legata al Coronavirus, o Covid19 o CoV-SARS-2, siamo stati liberi di lavorare da casa, anzi ci è stato raccomandato di farlo: il nostro lavoro non ne avrebbe risentito, non era certo la prima volta che lavoravamo a distanza l’uno dall’altra.

A StartupItalia siamo avvantaggiati, perché predichiamo ogni santo giorno la trasformazione digitale: per una volta, poi, non lo facciamo solo a parole ma anche nei fatti. Non tutte le aziende sono così, e soprattutto non tutte le aziende che potrebbero hanno adottato lo stesso approccio. Tanto di cappello a David e a Luca, i due founder, e a tutto il team che ci ha messo in condizione di vivere così questo periodo assurdo sotto ogni aspetto.

Resta fermo

Non è complicato.
Ci hanno detto di stare a casa, per evitare che il bombardamento faccia crollare il servizio sanitario nazionale.

Sei un dipendente? Rompi le scatole al tuo datore di lavoro, mandagli il decreto dell’8 marzo. Resta a casa, stai buono, e non fare casini. Non ti muovere, non tornare a casa da mammà: ogni volta che ti muovi è un rischio in più che corri tu e fai correre soprattutto ai tuoi amici e congiunti che non corrono la maratona come te. Se c’è uno con l’asma, uno immunodepresso, una nonna che ormai è avanti con gli anni, sono soggetti a rischio: statti alla casa, rischi di più ad andarla a trovare la nonna che a non farlo. Non ci sono scuse, non c’è giustificazione: la paura non giustifica alcun comportamento anti-sociale, come quello di chi ha provato a “scappare” sabato sera da Milano e dal resto delle regioni del nord. Quelli sono i comportamenti che rischiano di far naufragare gli sforzi della sanità pubblica di far fronte all’aumento di pazienti che necessitano di cure.

Sei un datore di lavoro? Permetti ai tuoi dipendenti di usare le ferie se ne hanno, se possibile attivali in smartworking, non farli andare in ufficio. Mi dicono che ci sono molte aziende che si rifiutano di capire, soprattutto qua al nord dove il decreto dell’8 marzo dice chiaramente che dobbiamo stare a casa. Non è complicato: ci hanno detto di stare a casa, stiamo a casa. Altrimenti tra 2 giorni ci militarizzano e facciamo come in Cina. Perderemo fatturato, lo capisco benissimo: il mio lavoro dipende da budget che in queste occasioni vengono subito tagliati. Le aziende non investiranno in comunicazione, tra 6 mesi probabilmente il mio posto sarà a rischio: amen. Qui parliamo di altro.

Stiamo buoni, giochiamo a Risiko e a Destiny, tra 15 giorni se va tutto bene sarà tutto sotto controllo e staremo meglio tutti. Non è la fine del mondo, non è la peste bubbonica, è solo un virus: forza e coraggio. Questo è il momento nel quale veniamo messi alla prova come Paese: siamo capaci di rispettare le regole?

Un’altra Huawei, dopo Huawei

Qualche sera fa, a cena, si discuteva di tecnologia con colleghi giornalisti (sì, tanto per cambiare). Qualcuno ha sollevato la questione “chi sarà la prossima Huawei?”.

La mia risposta a questa domanda è stata, semplificando, che non ci sarà un’altra Huawei dopo Huawei: l’azienda cinese ha investito pesantemente in R&D per mettersi in testa al mercato 5G, delle infrastrutture e dei device consumer, e ora sta lavorando anche per il settore enterprise e delle smart infrastructure. Lo ha fatto e continua a farlo: i risultati le danno ragione, in termini di market share e fatturato.

Parlare di vantaggio competitivo in termini di anni, mesi, giorni o settimane è forse una sciocchezza. C’è qualcosa però che vale la pena sottolineare, ovvero che il mondo della tecnologia e in particolare quello delle telecomunicazioni è fatto di brevetti incrociati e licenze FRAND: visto il gran numero di brevetti che Huawei possiede, e che i suoi concorrenti possiedono, non si può fare a meno di nessuno se si vuol fare sul serio nella costruzione di una rete 5G. E una rete 5G serve, a chiunque voglia contare nel futuro: su questa si costruiranno business, startup, servizi.

C’è ovviamente sul piatto la questione del ban statunitense per Huawei: l’ipotesi bislacca di rivolgersi ai concorrenti, soltanto ai concorrenti, è impraticabile per un paio di questioni molto pratiche. La prima è che non esiste molta concorrenza nella fascia bassa del mercato, dove Huawei la fa storicamente da padrone e in cui conta un bel po’ anche in Nordamerica dove riveste un ruolo significativo per gli operatori rurali. La seconda è che la concorrenza si sta assottigliando: dopo aver dovuto dire addio ad Alcatel e Lucent, che prima si sono fuse e poi sono state acquisite, ora pare che sia il turno di Nokia di avere qualche problema (forse proprio derivante dall’acquisizione di Alcatel-Lucent).

Come detto più volte per gli smartphone, però, meno concorrenza non è mai una buona notizia per nessuno. Speriamo che, presto, si ristabilisca una sana competizione in questo settore.

Un problema di informazione

Domenica sera sono tornato in Italia, dopo una settimana di viaggi in giro per l’Europa in cui mi sono occupato molto poco dei media italiani. Al mio arrivo, come faccio quando ricordo di farlo, ho chiamato i miei genitori per avvisarli che ero atterrato sano e salvo e stavo tornando a casa. Quando ho sentito mio padre abbiamo finito per litigare: a suo dire correvo un rischio molto serio, c’è una pericolosa epidemia in corso.

Le mie letture sul tema le ho fatte, non attingendo al classico paniere informativo italiano, e ho una percezione che ritengo equilibrata della questione: per lui, che si è abbeverato solo ai canali TV nazionali, invece siamo sull’orlo del disastro. 60 milioni di abitanti in Italia, due focolai che hanno fatto appena 250 contagiati (o poco di più), 7 morti che però pare fossero tutti pazienti affetti da altre patologie gravi. Per lui è pandemia.

Non si può minimizzare, certo: ma, a casa in smart working grazie alla disponibilità del mio giornale, mi sono reso conto guardando mezza giornata la TV italiana del perché mio padre l’altra sera sia andato su tutte le furie (e io lo stesso). Abbiamo una gravissima responsabilità, noi giornalisti, per come abbiamo gestito questa faccenda: e la responsabilità va su nella gerarchia fino ai direttori, visto che sono loro a dettare la linea a tutta la redazione. Mi domando a cosa servano, comunque, tutti quei balenghi corsi di aggiornamento e formazione che ci propinano: difronte a una situazione di questo tipo, la categoria ha dato prova di una grandissima dose di dilettantismo in materia di informazione su un tema critico.

PS: Con mio padre ci siamo chiariti. Poveraccio, non mi hai mai perdonato di tifare per la Juventus.

PS: A oggi i contagi hanno superato quota 300, 10 decessi – tutti pazienti in età avanzata e con altri tipi di patologie gravi già in essere.