Il foldable che Apple non ha dovuto inventare

iPhone Duo

Nel 2007 Apple tolse la tastiera dal telefono e consegnò al software il compito di decidere che cosa dovesse apparire al suo posto. Non scomparvero tutti i tasti: il pulsante Home rimase al centro dell’esperienza per dieci anni. A perdere il comando fu l’hardware come interfaccia fissa. Lo stesso spazio poteva diventare una tastiera, una fotografia, una pagina web da allargare con due dita. Apple non aveva inventato né lo smartphone né il touchscreen, ma aveva trovato una combinazione capace di cambiare le aspettative su entrambi. Il comunicato del primo iPhone insisteva proprio su questo: un’interfaccia costruita intorno al multitouch e alle dita.

Diciannove anni dopo, iPhone Duo si apre su una superficie più grande. È una trasformazione fisica molto più vistosa di quella del 2007 e un significato molto meno dirompente. Sappiamo già che cosa aspettarci da un telefono che si apre a libro: abbiamo visto i vantaggi, sopportato i compromessi, osservato i produttori correggerli per sette anni. John Ternus, nella sua prima presentazione da amministratore delegato, lo ha definito “il cambiamento più trasformativo per iPhone dall’originale”. È lui a mettere sul tavolo il paragone con il 2007, quindi è lecito prenderlo in parola. E la domanda arriva prima della scheda tecnica: che cosa porta davvero Apple di nuovo in questa categoria?

iPhone Duo non è il nuovo iPhone del 2007. È il momento in cui Apple certifica che il foldable è diventato abbastanza maturo da entrare nel suo catalogo, senza averne finora ridefinito il paradigma. Questa certificazione può avere un peso commerciale enorme. Basta non confonderla con l’invenzione di un linguaggio.

Samsung Galaxy Fold (2019)
Samsung Galaxy Fold (2019)

Una forma già abitata

Il Galaxy Fold del 2019 è un punto di partenza utile perché contiene già buona parte della promessa attuale. Nel suo annuncio, Samsung descriveva uno schermo esterno, una superficie interna più ampia, la continuità delle applicazioni passando dall’una all’altra e più app utilizzabili contemporaneamente. Non era ancora il prodotto che molti avrebbero voluto comprare, tanto che il lancio fu rinviato dopo che diverse unità di prova si ruppero in mano ai recensori. Era però una definizione abbastanza chiara di ciò che un pieghevole avrebbe dovuto fare.

Honor Magic V2
Honor Magic V2

Il percorso non è stato lineare. Huawei, Oppo e le generazioni successive di Samsung hanno esplorato combinazioni diverse di proporzioni, ingombri e direzione dell’apertura. Honor ha fatto della riduzione dello spessore un argomento centrale: il Magic V2 rivendicava già un corpo inferiore al centimetro da chiuso. Google, entrando con il Pixel Fold nel 2023, presentava esplicitamente l’idea di un telefono trasformabile in un piccolo tablet. Il lavoro collettivo è consistito nel rendere meno scomoda quella trasformazione, soprattutto quando il dispositivo resta chiuso.

Pixel Fold
Google Pixel Fold

In parallelo Microsoft aveva tentato un’altra strada con Surface Duo: due schermi distinti collegati da una cerniera. È una differenza sostanziale, non un dettaglio da cancellare per costruire una genealogia conveniente. Il dual screen accettava una separazione fisica che il display flessibile cerca invece di rendere trascurabile. Eppure le linee guida Microsoft affrontavano già gli stessi problemi progettuali: affiancare applicazioni, mostrare due documenti, separare contenuto e comandi, evitare che la giunzione interferisse con l’interfaccia. Anche quella sperimentazione fallita appartiene alla storia del telefono che diventa superficie di lavoro.

Microsoft Surface Duo
Microsoft Surface Duo

Oggi il Galaxy Z Fold 8 propone un formato più largo e compatto, schermo interno da 7,6 pollici, 201 grammi. La somiglianza con il territorio scelto da Apple è evidente, e Reuters la registra senza giri di parole: Apple ha adottato il design a passaporto che Samsung aveva presentato meno di due mesi prima.

Samsung Galaxy Fold 8 (2026)
Samsung Galaxy Fold 8 (2026)

Su questo punto, dopo il keynote, è arrivata la versione di Apple. In un’intervista a TechRadar e Tom’s Guide, Greg Joswiak ha detto che le fughe di notizie avevano rivelato ai concorrenti il rapporto d’aspetto del Duo, e ha aggiunto con evidente ironia che ci sono state “molte istanze casuali di persone che hanno trovato interessante quel rapporto d’aspetto”. The Verge traduce il sottinteso: Samsung, Huawei e Xiaomi, che hanno annunciato pieghevoli larghi prima di Apple. Ed è la stessa testata a fornire l’obiezione più solida, cioè che è quasi impossibile tenere segreto lo sviluppo di un prodotto quando Apple e i suoi concorrenti attingono agli stessi fornitori globali.

Vale la pena fermarsi un attimo sulla figura che si crea. Apple rivendica implicitamente la paternità di un formato che ha annunciato per ultimo, sostenendo di essere stata copiata attraverso una filiera che è la stessa da cui acquista il componente che rende possibile il prodotto. Non è una contraddizione logica, è però un indizio piuttosto eloquente di dove si trovi oggi il potere in questa categoria. Nessuna delle due versioni, tra l’altro, è dimostrata: quella di Joswiak è un’affermazione di parte, e attribuire a Samsung sette anni di iterazioni come reazione alle indiscrezioni di Cupertino sarebbe altrettanto arbitrario. Le aziende possono influenzarsi anche mentre cercano risposte agli stessi vincoli fisici.

iPhone Duo
iPhone Duo

C’è poi la parte che la comunicazione non mette in evidenza. iPhone Duo pesa 254 grammi ed è spesso 11,3 millimetri da chiuso, contro i 201 grammi e 9,7 millimetri del Galaxy Z Fold 8, i 215 grammi e 8,9 millimetri del Fold 8 Ultra, i 239 grammi e 10,1 millimetri del Pixel 11 Pro Fold. Aperto scende a 5,2 millimetri e diventa l’iPhone più sottile mai prodotto, ma chiuso è il pieghevole più pesante e più spesso della categoria in cui debutta. Va detto anche il rovescio, per onestà: iPhone 18 Pro Max pesa 249 grammi, quindi rispetto al massimo della gamma tradizionale il delta è di cinque grammi, e Apple spende parte di quel peso per una cosa che Samsung ha tolto dal Fold 7, cioè il supporto a una penna. Ma l’idea implicita nell’attesa, quella per cui Apple sarebbe arrivata solo quando poteva farlo meglio di tutti, sul piano fisico non regge.

Nel 2007 Apple entrava in un mercato esistente imponendo un nuovo paradigma; nel 2026 entra in un paradigma esistente proponendone la propria versione. Il valore di quella versione va cercato nell’esecuzione e nelle conseguenze del suo arrivo.

La cerniera e il linguaggio

Liquidare il software del Duo come un paio di animazioni sarebbe un errore. Apple ha spostato controlli e navigazione sul lato dello schermo per liberare spazio verticale, ha reso verticale la Dynamic Island, ha compattato le informazioni di stato in un sistema circolare annidato nell’angolo. Il passaggio tra le due superfici accompagna l’apertura invece di sostituire una schermata con un’altra. Secondo la ricostruzione di MacRumors, il sistema tiene conto anche dell’inclinazione: i contenuti si allontanano dalla piega quando il dispositivo è semiaperto, perché lì i tocchi si registrano peggio, e gli algoritmi audio compensano la distanza variabile tra gli altoparlanti. Sono interventi reali, che rispondono a problemi concreti.

La domanda interessante comincia dopo aver riconosciuto questo lavoro. Un’interfaccia può essere riprogettata in profondità senza cambiare il modello mentale che chiede di adottare. E qui, a differenza di quanto era possibile dire nelle prime ore dopo il keynote, l’evidenza c’è: Apple l’ha messa per iscritto.

Il pomeriggio stesso della presentazione Apple ha pubblicato nelle Human Interface Guidelines una nuova pagina, Designing for iPhone Duo, accompagnata da sei Tech Talk per sviluppatori. La regola centrale, ripetuta sia nella guida sia nei talk, è che non si deve progettare un layout per ogni posa, ma per due sole classi di dimensione: compact width sul display esterno, regular width su quello interno, evitando larghezze fisse, breakpoint e metriche legate a uno schermo specifico. È, letteralmente, il modello di adattività che Apple chiede agli sviluppatori iPad da oltre un decennio. Nella formulazione dei suoi stessi designer: se la vostra app è costruita su size class, margini e safe area, dovrebbe già adattarsi a iPhone Duo.

Poi c’è la cerniera, ed è qui che la classificazione dice tutto. Apple mette la piega nella stessa categoria del notch e delle fotocamere: zone dello schermo intorno a cui l’interfaccia si dispone, e che smettono di esistere quando non servono. Per iOS 27 la piega esiste solo mentre il telefono è piegato; da disteso il sistema la considera larga zero. La guida agli sviluppatori raccomanda di trattarla come qualsiasi altra area a cui il layout già si adatta, citando come precedente i controlli finestra di iPadOS. È una scelta rivelatrice: la piega è un ostacolo da aggirare con eleganza, non una risorsa da interrogare.

Le app possono anche sapere, istante per istante, di quanti gradi il telefono è aperto. Ma Apple specifica che quel dato non serve a costruire l’interfaccia: va usato per effetti visivi, animazioni, reazioni scenografiche all’apertura. Chi prova a decidere dove mettere un pulsante partendo dall’angolo, avverte la documentazione, ha scelto lo strumento sbagliato. Su Android la distinzione tra la postura del dispositivo e la misura precisa in gradi esiste da tempo, e il confronto è istruttivo: Apple espone più informazioni di Google, e poi ne restringe l’uso a ciò che si vede invece che a ciò che si fa. Per il layout vero e proprio Apple fornisce invece strumenti nuovi, disponibili da iOS 27.1 (contenitori che dividono automaticamente lo schermo in due metà o sovrappongono un pannello all’altro, riorganizzandosi da soli quando il telefono si apre, si chiude o ruota).

Il multitasking che ne risulta è Split View con due app affiancate, due finestre della stessa app, coppie di applicazioni salvabili. Sono novità per iPhone. Non sono novità per l’informatica mobile, e la guida Apple specifica che lo split view «mantiene entrambe le colonne visibili regolandone la larghezza e posizionandole in una divisione paritaria 50/50». Le prime prove pratiche riferiscono che le due metà non sono ridimensionabili in modo indipendente: se confermato sulle unità di produzione, significherebbe che nel 2026, su un pannello da 7,6 pollici, Apple offre un sottoinsieme di ciò che iPad faceva nel 2015 con iOS 9, che lo split ridimensionabile lo aveva.

La distinzione corretta è questa: Apple ha lavorato sull’adattamento dell’interfaccia al foldable, ma non ha ripensato il concetto di multitasking. L’utente continua a organizzare attività attraverso contenitori affiancati. Il dispositivo rende più comodo farlo e permette di portarsi in tasca lo spazio necessario. Del resto lo ha detto Ternus dal palco, descrivendo il Duo come un dispositivo con «un display più grande che risulta naturale e intuitivo quanto iPad». È una dichiarazione di continuità, non di rottura, ed è probabilmente la frase più sincera del keynote.

Il test più utile resta quasi banale: se togliessimo la cerniera, quanta parte dell’esperienza software perderebbe davvero senso? Le due applicazioni affiancate continuerebbero a funzionare su un piccolo tablet. Una barra laterale e una navigazione adatta ai pollici manterrebbero buona parte della propria utilità. A scomparire sarebbero il passaggio fra le superfici, la possibilità di appoggiare il telefono semiaperto e soprattutto un gruppo di funzioni preciso, che vale la pena isolare perché è lì che si nasconde la risposta.

Duo Preview mostra l’anteprima sul display esterno al soggetto inquadrato. Duo FaceTime fa entrare nella videochiamata chi ti sta accanto usando lo schermo di fuori. Smart Take analizza la scena e scatta da solo quando i soggetti sono in posa. Il dispositivo piegato a metà fa da cavalletto e attiva StandBy sul lato rivolto verso l’alto. È lì, nella fotocamera e non nel multitasking, che iPhone Duo ha qualcosa che assomiglia a un’idea nativa del formato. Nessuna di queste funzioni ha senso senza la cerniera, e nessuna di esse riguarda il modo in cui si lavora.

È una constatazione interessante e anche un po’ malinconica. Nel 2007 bastava osservare una pagina web manipolata con due dita per capire che la relazione con il telefono stava cambiando. Nel Duo, l’equivalente di quell’evidenza, ammesso che arrivi, per ora vive nel comparto fotografico.

Resta una controtesi credibile, che The Verge ha formulato dopo il lancio: il software potrebbe distinguere il Duo più dell’hardware, non per originalità ma per capillarità. Su Android le app ottimizzate per i pieghevoli sono un’eccezione; un’app eccellente accanto a una che si limita ad allargarsi è un problema di prodotto anche quando le API esistono da anni. Se Apple riuscisse a rendere ordinaria quella coerenza, il risultato sarebbe percepito dagli utenti come una differenza radicale. Sarebbe però una differenza di ecosistema e di potere sugli sviluppatori, non un’invenzione di linguaggio. Ed è verificabile solo sulle app che effettivamente arriveranno.

La piega resta una questione materiale

Apple usa un linguaggio più prudente di molti titoli comparsi dopo la presentazione. Il comunicato ufficiale parla di una finitura nano-texture che riduce riflessi e abbagliamento, creando una superficie opaca che «minimizza la visibilità della piega». Non eliminazione: riduzione della visibilità. È una formulazione corretta, e va dato atto ad Apple di non aver promesso ciò che non può mantenere.

Nel resoconto tecnico ci sono vetri ad alta resistenza sopra e sotto il pannello, adesivi personalizzati che permettono agli strati di scorrere l’uno sull’altro come le pagine di un libro per scaricare lo stress di flessione, uno strato di copertura in un polimero fino al 40% più rigido di altri materiali usati nel settore, e una piastra di titanio alla base. TrendForce descrive il modulo interno come uno stack di dieci strati di materiali ultrasottili. MacRumors riferisce che la micro-texture è scritta pixel per pixel con litografia laser senza maschera. Non è un trucco cosmetico: è un intervento su due piani diversi, meccanico e ottico, e va riconosciuto per quello che è.

È proprio la necessità di far scorrere gli strati a spiegare la natura del problema. Un display pieghevole è un insieme di materiali che devono deformarsi e tornare in posizione migliaia di volte. La linea che vediamo è l’esito visibile di quella struttura, non un difetto di finitura.

Samsung, con Flex Titanium, ha rifatto lo stack meccanico del Fold 8: un film in lega di titanio sotto il pannello OLED, dichiarato venti volte più rigido dei film polimerici precedenti e spesso meno del 30% di un capello, più una piastra di titanio microforata al laser che elimina le intercapedini d’aria nella zona di piega. Apple dichiara a sua volta una piastra di titanio. C’è una parentela evidente nell’approccio al supporto meccanico, e c’è una differenza di accento altrettanto evidente: Samsung punta sulla struttura, Apple aggiunge alla struttura una superficie opaca che disperde la luce e toglie alla piega il contrasto che la rende visibile.

La somiglianza tecnica è documentata; l’identità delle due soluzioni no. Samsung Display è, secondo ricostruzioni di filiera convergenti, il fornitore del pannello pieghevole del Duo, e le fonti coreane precisano che lo produce su specifica Apple. Sapere chi fabbrica il pannello non equivale a conoscere spessori, geometrie, adesivi e l’intero insieme degli strati. Al momento di questa bozza non esiste alcun teardown del Duo: fino ad allora, qualunque affermazione sull’identità delle due soluzioni è speculazione.

Le prime impressioni divergono più di quanto sembri. Nell’hands-on di The Verge Allison Johnson descrive una piega difficilissima da trovare persino con il dito. MacRumors scrive che la piega si vede ancora in certe condizioni di luce, ma che Apple la nasconde meglio di Samsung. Notebookcheck segnala che nei video girati ad Apple Park la piega è chiaramente visibile da alcune angolazioni. Tutti aggiungono la stessa avvertenza, che è quella giusta: le pieghe diventano più visibili con l’accumularsi dei cicli, e nessuna prova di venti minuti a Cupertino può rispondere alla domanda che conta.

Dire che la piega ricomparirà inevitabilmente dopo pochi giorni sarebbe arbitrario quanto dichiararla sconfitta per sempre. La formulazione sostenibile è meno assoluta: Apple non documenta di aver eliminato la piega. Documenta il lavoro per ridurla e per farcela notare meno. Quanto bene ci sia riuscita nel tempo si saprà dal 23 ottobre in avanti, e la risposta vera arriverà fra dodici mesi.

Il concorrente dentro il prodotto

Qui il confronto tra loghi diventa poco utile. Samsung Display e la divisione che vende i Galaxy hanno ruoli distinti: la prima fornisce un componente ad Apple, la seconda compete con il prodotto che quel componente rende possibile.

Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che Apple si rifornisca presso il gruppo di un concorrente: la filiera dell’elettronica funziona anche attraverso questa sovrapposizione di interessi, e Samsung Display fu fornitore esclusivo degli OLED per il primo iPhone X nel 2017. Il tratto specifico del Duo è un altro. Nel 2017 quel pannello serviva a rendere iPhone X più bello, e il dispositivo aveva altre tre o quattro novità strutturali proprie, da Face ID alla scomparsa del tasto Home. Nel 2026 il pannello pieghevole non è un miglioramento fra gli altri: è la condizione di esistenza del prodotto. Senza, il form factor non esiste.

Le dimensioni della dipendenza sono documentabili. The Elec riferisce che Apple avrebbe concordato una fornitura esclusiva da Samsung Display fino a tre anni, una scelta che contraddice l’abituale diversificazione di Cupertino e che un dirigente del settore display, citato dal Korea Herald, legge come il segno che l’alternativa oggi non esiste. Secondo Omdia, Samsung Display detiene già oltre il 60% del mercato dei pannelli OLED pieghevoli a valore, con stime che la vedono salire verso l’80% nel terzo trimestre proprio grazie alle spedizioni ad Apple.

Chi guadagna, allora? Apple incassa dalla vendita e conserva il rapporto con il cliente. Samsung Display partecipa al valore attraverso la fornitura. Il saldo per il gruppo Samsung dipenderà dai margini sui pannelli e dalle vendite perse sugli smartphone, e non è deducibile dal solo successo del Duo. L’ingresso di Apple può premiare la filiera di Samsung mentre mette sotto pressione i suoi telefoni. A questo si aggiunge l’effetto sistemico che TrendForce indica come il più rilevante nel medio periodo: i volumi e i requisiti di qualità di Apple su display, vetro ultrasottile e cerniere accelerano la maturazione tecnica dell’intera filiera, cioè migliorano anche i prodotti dei concorrenti. È già successo con gli OLED.

Per questo il racconto dell’azienda che arriva a mostrare a tutti come si fa è incompleto. Apple può migliorare il prodotto finale e contemporaneamente dipendere da capacità produttive cresciute dentro un mercato al quale aveva scelto di non partecipare. Non c’è contraddizione. C’è una distribuzione del lavoro e del valore molto meno semplice della competizione raccontata nei keynote.

Un gradino in più

Il dato economico da cui partire è il prezzo: 1.999 dollari negli Stati Uniti, 2.369 euro in Italia per il modello da 256 GB, fino a 3.869 euro per il taglio da 2 TB. Il Fold 8 parte da 1.899,99 dollari. La distanza è di circa cento dollari, e Liz Lee di Counterpoint l’ha definita una mossa piuttosto audace: Apple ha rinunciato al premio di prezzo che il mercato le avrebbe concesso, e che diversi analisti davano tra i 2.000 e i 2.500 dollari.

Le previsioni restano da trattare come tali, e con attenzione a non sommare orizzonti diversi. Reuters riporta stime fino a 6 milioni di unità entro fine anno; TrendForce si ferma a 5 milioni, pari al 24,8% di un mercato globale dei pieghevoli da 20,2 milioni di pezzi in crescita dello 0,5%; il Financial Times cita circa 10 milioni nel primo anno, che è un arco temporale diverso. Il dato che tiene insieme tutte le stime è la quota: Apple seconda dietro Samsung al primo tentativo, con due mesi di finestra commerciale.

Sono numeri notevoli per un debutto. Sono anche numeri piccolissimi. Apple spedisce oltre 230 milioni di iPhone l’anno, quindi il Duo vale intorno al 2% delle sue unità. E i pieghevoli restano circa il 2% del mercato smartphone globale: secondo le stime IDC citate al lancio saranno il 2,2% delle unità nel 2026 e appena il 3,1% nel 2030. Counterpoint calcola che il totale cumulativo dei pieghevoli venduti dal 2019 supererà i 100 milioni solo entro fine anno, cioè nell’ottavo anno di vita della categoria.

È la seconda serie di numeri IDC a spiegare la strategia: gli stessi pieghevoli valgono il 6,9% del mercato a valore nel 2026 e il 10% nel 2030. Questa è una categoria che conta poco in pezzi e parecchio in fatturato. E arriva nel momento esatto in cui il prezzo medio di vendita dell’iPhone ha superato per la prima volta i mille dollari, nel quarto trimestre 2025, e in cui Apple ha alzato di cento dollari il listino di iPhone 18 Pro e Pro Max mentre guidava a un trimestre sotto le attese a causa dei costi della memoria.

Un chiarimento necessario, perché è il punto in cui si sbaglia più spesso. Se una parte dei clienti compra un modello più costoso al posto di quello che avrebbe scelto, il prezzo medio della gamma sale senza che aumenti il numero degli acquirenti: è un meccanismo di mix, cambia ciò che si vende, non quanto. Ma questo non autorizza a presumere margini superiori. Un pieghevole porta costi specifici di produzione, assemblaggio e assistenza, e nelle fonti disponibili non esiste un conto economico del Duo. Nessun teardown, nessuna distinta base. Confondere ricavo per telefono e profitto per telefono farebbe perdere proprio il punto industriale.

La lettura che mi pare più solida è che Apple non abbia bisogno di rendere universale il pieghevole per ottenere un risultato: le basta aggiungere un gradino sopra la cima della piramide iPhone. Un prodotto desiderabile che alza il valore medio della gamma, trattiene chi cerca un formato diverso, e intanto testa domanda, capacità produttiva e disponibilità degli sviluppatori a investire su un nuovo schermo. I compromessi lo confermano: Touch ID al posto di Face ID, due fotocamere invece di tre, nessun teleobiettivo dedicato. Non sono le scelte di un prodotto pensato per sostituire il Pro Max. Sono le scelte di un prodotto pensato per stargli accanto, più in alto. È un’interpretazione del posizionamento, non un piano dichiarato dall’azienda.

E per il mercato italiano c’è una nota che nelle schede tecniche non compare quasi mai in evidenza: Siri AI non sarà inizialmente disponibile nell’Unione Europea. Chi qui spende 2.369 euro compra un hardware completo e l’assistente conversazionale più pubblicizzato del keynote disattivato, mentre le altre funzioni di Apple Intelligence restano accessibili, italiano incluso. Nel comunicato Apple scrive di essere al lavoro per trovare una strada che preservi privacy e sicurezza degli utenti, e non indica una data.

Sarebbe una parentesi, se non fosse la terza volta. Apple Intelligence viene presentata alla WWDC del giugno 2024 e diventa l’argomento di vendita dell’iPhone 16 a settembre dello stesso anno, con spot televisivi che mostrano una Siri capace di pescare informazioni tra mail, messaggi e calendario. Nel marzo 2025 Apple rinvia le due funzioni che reggevano quella promessa, la comprensione del contesto personale e le azioni dentro le app, e ritira gli spot dopo che erano andati in onda per mesi. Ne nasce una class action negli Stati Uniti che Apple ha chiuso nel 2026 con un accordo da 250 milioni di dollari, tra i 25 e i 95 dollari a testa per chi aveva comprato un iPhone 15 Pro o un iPhone 16 tra il 10 giugno 2024 e il 29 marzo 2025. Apple ha sempre respinto l’addebito, sostenendo che il ritardo riguardasse due sole funzioni.

iPhone 18 Pro
iPhone 18 Pro

Il risultato è che a settembre 2026, due generazioni di iPhone più tardi, la Siri venduta nel 2024 debutta in beta, solo in inglese, e su iPhone e iPad europei non debutta affatto. Alcune delle sue funzioni più avanzate, come la personalizzazione della voce, richiedono inoltre hardware dall’iPhone 17 Pro in su. Chi comprò un iPhone 16 Pro convinto da quelle pubblicità ha tenuto per due anni un telefono che quelle cose non le ha mai fatte, e oggi scopre che per farne almeno una parte gli serve un telefono nuovo. Come riferiscono The Verge e Engadget, peraltro, per addestrare i modelli della nuova Siri Apple si è appoggiata anche a Gemini di Google.

Vale la pena tenere questo precedente accanto al Duo, perché riguarda esattamente il tipo di promessa su cui il prodotto si regge. Apple lo presenta come un hub personale intelligente. In Europa arriva senza la parte intelligente, e con alle spalle una storia recente che suggerisce una regola semplice: giudicare quelle funzioni quando esistono, non quando vengono annunciate.

Che tipo di innovazione è

Il 2007 non deve diventare un obbligo a cui sottoporre ogni lancio Apple. Una rivoluzione dell’interfaccia ogni anno sarebbe una pretesa assurda, e perfezionare una tecnologia esistente può valere più che inventare una novità destinata a restare scomoda. Va anche ricordato che il primo iPhone non aveva copia e incolla, né App Store, né 3G, e che il paradigma completo arrivò in tre anni: è possibile che la seconda o terza generazione di Duo mostri l’idea che oggi non si vede. Il confronto con il 2007 serve a distinguere la natura del cambiamento, non a distribuire patenti di genialità.

Ma la differenza strutturale resta, ed è di posizione prima che di qualità. Il primo iPhone entrò in una categoria per riscriverne le regole, contro il consenso dell’industria. Il Duo entra dopo che quelle regole sono state scritte, provate e corrette per sette anni da altri, adottando la forma su cui il mercato era già converso, comprando dall’azienda che quella forma ha contribuito a definire il componente che la rende possibile, e trattando la cerniera come un’area da aggirare più che come una risorsa da interrogare. Può contribuire a stabilizzare quelle regole, migliorarne l’applicazione e spostare verso Apple una parte consistente del valore. Sarebbe un risultato importante. Sarebbe anche un risultato diverso.

Questa volta Apple non ci sta mostrando un futuro che il mercato non aveva saputo immaginare. Ci sta dicendo che quel futuro, sul quale altri hanno lavorato per anni, è finalmente pronto per diventare un iPhone.

Galaxy Z Fold 8, il pieghevole giusto arrivato al momento sbagliato

Galaxy Z Fold 8

Nella sede milanese di Samsung, poco prima dell’annuncio ufficiale, ho passato un’ora con la nuova generazione di pieghevoli: Fold 8 Ultra, Fold 8 e Flip 8. Ne sono uscito con una convinzione precisa: il prodotto più interessante dei tre è quello di mezzo. Ed è esattamente qui che cominciano i problemi.

Il Fold 8 abbandona le proporzioni allungate che hanno definito la serie per sette generazioni e adotta un formato che, da chiuso, ricorda un passaporto: più corto, più largo, con uno schermo esterno da 5,5 pollici in 10:16 che si usa come un telefono normale. Aperto rivela un pannello da 7,6 pollici in 4:3. Il tutto in 201 grammi e 4,5 millimetri di spessore. In mano la differenza si sente subito: sta comodamente nella tasca dei jeans e ci si dimentica di averlo addosso. Dopo anni di pieghevoli che chiedevano compromessi in cambio della loro doppia natura, questo non ne chiede quasi nessuno.

Quando i pionieri lasciano la stanza

L’onestà impone di dire che il formato non è un’invenzione di Samsung. OPPO lo propose con il Find N a fine 2021, Google lo riprese con il primo Pixel Fold nel 2023. Ed entrambi lo hanno poi abbandonato: Google è tornata a proporzioni più alte e strette con il Pixel 9 Pro Fold, OPPO ha fatto lo stesso con il Find N5. Il paradosso è che Samsung arriva al passaporto quando i pionieri hanno lasciato la stanza.

Galaxy Z Fold 8

Si può leggere in due modi: un ritardo di quattro anni, oppure la conferma che serviva la scala industriale di Samsung per trasformare un esperimento riuscito a metà in un prodotto potenzialmente di massa. Sono vere entrambe le letture, e non si escludono. E ce n’è una terza, la più prosaica: a settembre è atteso il primo iPhone pieghevole, che secondo le indiscrezioni più solide avrà proporzioni quasi identiche, schermo esterno da 5,5 pollici in formato passaporto e pannello interno da 7,8. Samsung non sta tornando su quel formato per nostalgia: sta occupando il terreno poche settimane prima che ci arrivi Apple.

La prova della partita

Sull’uso quotidiano vale la pena essere precisi. Lo schermo esterno copre bene le interazioni rapide: messaggi, social, navigazione. Quello interno dà il meglio con i contenuti che respirano nel 4:3, quindi lettura, web, giochi. Sul video il discorso è più sfumato: un contenuto 16:9 su un pannello quasi quadrato convive con due bande nere, ma l’immagine che ne ricava resta nettamente più grande di quella di un telefono tradizionale. E nelle sessioni lunghe la differenza si sente: una partita di tennis seguita a schermo aperto, con il dispositivo tenuto in orizzontale come un piccolo tablet, è un’esperienza che uno smartphone normale semplicemente non offre. Le bande nere sono il pedaggio, non la sentenza.

Galaxy Z Fold 8

C’è anzi un dettaglio controintuitivo, verificato dal vivo mettendo i due Fold fianco a fianco su una partita di Wimbledon: sul video 16:9 il Fold 8 restituisce un’immagine leggermente più larga di quella del Fold 8 Ultra, con bande più contenute, perché il pannello quasi quadrato da 8 pollici dell’Ultra spreca più superficie di quanto faccia il 4:3. Il modello che costa duecento euro in meno fa meglio proprio nella cosa che a schermo aperto si fa più spesso.

Galaxy Z Fold 8

Un’esca da 2.099 euro

Poi c’è il listino, ed è qui che il discorso cambia tono. Il Fold 8 parte da 2.099 euro, il Fold 8 Ultra da 2.299: duecento euro di differenza. La versione da 512 GB del Fold 8 costa esattamente quanto l’Ultra base. A queste condizioni il Fold 8 non è una porta d’ingresso al mondo dei pieghevoli, è un’esca che spinge verso l’Ultra chi può spendere e lascia fuori tutti gli altri. E le fotocamere aggravano il quadro: a prezzo quasi identico, il Fold 8 rinuncia al sensore principale da 200 megapixel e al teleobiettivo dell’Ultra, fermandosi a una doppia camera da 50. Praticamente la stessa cifra per un comparto fotografico inferiore.

Il meccanismo ricorda quello di S25 Edge rispetto a S25 Ultra, con una differenza che rende tutto più stridente: l’Edge era un derivato, un esercizio di sottrazione. Il Fold 8 è il prodotto strategicamente nuovo di questa generazione, quello con il form factor ripensato, mentre l’Ultra è in sostanza il vecchio Fold con un altro nome. Samsung ha costruito il telefono della sua prossima strategia e l’ha prezzato come un ripiego.

E il problema di fondo è tutto qui: a 2.099 euro il Fold 8 nasce e resterà un prodotto di estrema nicchia, perché le promozioni limano i listini, non li trasformano. Il pieghevole di massa della gamma sarà semmai il Flip 8, che parte da 1.379 euro e che, se la storia delle generazioni precedenti si ripete, scivolerà sotto i mille euro di street price nel giro di pochi mesi. Per il Fold 8 quel percorso non esiste.

Galaxy Z Fold 8 e Fold 8 Ultra a confronto

La finestra che si è chiusa

Il comunicato stampa parla di un’esperienza pieghevole “accessibile a un pubblico ancora più ampio”. Per un prodotto che parte da 2.099 euro è una formula che si commenta da sola. Ma il punto non è il marketing, è la finestra che si è chiusa. Tra il 2023 e il 2025 le condizioni per abbassare i prezzi c’erano tutte: componentistica a costi stabili, tecnologia matura, concorrenza cinese aggressiva sui listini. Samsung ha scelto di difendere i margini, tenendo i Fold sopra i 1.800 euro generazione dopo generazione e trattando il pieghevole come un bene di lusso invece che come una categoria da far crescere.

Oggi quella scelta presenta il conto. Sul superciclo delle memorie ho scritto per esteso poche settimane fa, qui bastano tre numeri: le memorie per telefoni sono quasi raddoppiate nel primo trimestre 2026 secondo TrendForce, Gartner prevede un rincaro del 130% di DRAM e SSD entro fine anno con smartphone più cari in media del 13%, e per IDC non si tratta di una carenza ciclica ma di una riallocazione strutturale della capacità produttiva mondiale verso le memorie HBM dei datacenter AI.

Tradotto: la democratizzazione delle specifiche si sta invertendo e i prezzi dei telefoni, di tutti i telefoni, saliranno per anni.

C’è un dettaglio che rende il quadro quasi beffardo: Samsung è tornata a essere il primo produttore mondiale di DRAM per ricavi. Il superciclo che rende impensabile abbassare il prezzo dei suoi pieghevoli è lo stesso che sta gonfiando i bilanci della sua divisione semiconduttori. Samsung sta su entrambi i lati del bancone: incassa da fornitore quello che lamenta da produttore di telefoni.

Il Fold 8 è il pieghevole che consiglierei a chiunque, se costasse 1.500 euro. A 2.099 resta un ottimo prodotto per il pubblico che i pieghevoli li compra già, cioè l’esatto contrario di quello che serviva a questa categoria. I foldable popolari non li vedremo per anni, e non per un capriccio del silicio: la finestra per farli esistere era lì, tra il 2023 e il 2025, e Samsung l’ha usata per proteggere i margini. Il Fold 8 è il monumento a quell’occasione persa. Il pieghevole giusto, arrivato nel momento sbagliato: un momento sbagliato che Samsung si è costruita da sola.

La macchina di immuni ha un bug nel protocollo (ma niente panico)

Non è la prima volta che si parla dei rischi di vulnerabilità di un protocollo come Bluetooth, che non è nato per quello che oggi gli si chiede di fare con immuni. Un po’ la stessa cosa che è accaduta con le automobili, che solo oggi iniziano a essere progettate ed equipaggiate per gestire la sicurezza di sistemi digitali che potrebbero creare problemi alla guida se bucati da remoto: quando erano stati inseriti a bordo i primi chip non si immaginava che un giorno l’auto sarebbe stata perennemente connessa, è stato necessario cambiare mentalità e approccio per farvi fronte.

Dicevamo, il Bluetooth non è perfetto: in più, il protocollo Google-Apple è stato messo assieme in fretta e furia in poche settimane. Inevitabile qualche errore di gioventù.

Quello che va sempre precisato è che, come nel caso di quanto si sta discutendo in queste ore (e che non riguarda immuni in sé: bensì il protocollo su cui non ha controllo e che sfrutta per essere compatibile con il massimo numero possibile di smartphone), un bug o una vulnerabilità non richiedono necessariamente di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Lo spirito di una norma come il GDPR, che poi è quella che sovrintende la privacy e la cybersecurity da noi in Europa, non è tanto dare delle regole da seguire: bensì fornire delle linee guida su cui impostare il proprio approccio alla questione della sicurezza. Qual è il bilanciamento tra rischi e vantaggi di una certa tecnologia, di come si è progettato un database, di come si regola l’accesso a certi dati? Bisogna svolgere una sorta di esercizio che pesi pro e contro di una determinata soluzione: non ne esiste alcuna priva di rischi, quel che si può fare è minimizzarli.

Sfruttare il bug in questione, di cui si vociferava da un po’, imporrebbe una concatenazione di azioni davvero improbabile: tantissime antenne Bluetooth disposte ovunque, o seguire costantemente un individuo per monitorare cosa fa; un lavoro di ricostruzione dell’identità a partire dai codici pseudo-anonimi, la cui complessità è di per sé notevole ma che aumentando il numero di individui si complica ulteriormente; la possibilità di tradurre queste informazioni in informazioni utili da monetizzare/sfruttare, altra azione che non è immediata.

Banalmente, gli unici che avrebbero gli strumenti e le risorse per mettere in pratica questo tipo di attività di tracciamento massiva sarebbero i Governi: che però volendo hanno mezzi più semplici per farlo. Dico per dire, basterebbe usare il GSM (la connessione dei nostri smartphone, infrastruttura già capillare e funzionante) per tracciare in modo molto più preciso ed efficace i cittadini: senza dover neppure preoccuparsi di risalirne all’identità, visto che sono già perfettamente identificati in quel caso. Per un attaccante privato sarebbe molto più semplice, ed economico, aggirare il problema facendo installare (con l’inganno) un trojan su uno smartphone: un cavallo di troia che scavalchi codici e pseudo-anonimizzazione e vada direttamente a captare informazioni più preziose e direttamente sfruttabili.

Il resto è materia da azzeccagarbugli e da complottisti.

Epic Vs. Apple: una storia sempre più bellissima

Oggi vi racconto una storia bellissima, fatta di paradossi e di situazioni al limite dell’incredibile: una storia in cui la politica internazionale si incrocia con le diatribe tra due aziende private, con sullo sfondo le elezioni presidenziali USA.

Tutto parte da una mossa (neanche tanto) a sorpresa di Epic, che per chi non lo sapesse è anche quella dell’Unreal Engine, che piazza dentro il celeberrimo Fortnite un’opzione per pagare che scavalca i meccanismi imposti da Apple su App Store. Così facendo non dovrà girare il 30 per cento di quanto incassa a Cupertino: ma, ovviamente, passa 1 minuto prima che scatti la rappresaglia. Epic viene messa alla porta da Apple: non solo facendo fuori Fortnite dal marketplace, ma pure terminando l’account sviluppatore di Epic e dunque tagliandola fuori totalmente dalle piattaforme con la mela morsicata (con un effetto a cascata anche per tutti quelli che usano l’Unreal Engine).

A questo punto, Epic va in tribunale (era tutto già organizzato, figurarsi): Apple, dal canto suo, risponde a carta bollata con carta bollata. La storia, evidentemente, durerà ancora molto a lungo.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Nelle ultime settimane un’altra vicenda ha tenuto ancora banco nel mondo della tecnologia: parliamo della fissazione degli USA, in particolare della amministrazione di Donald Trump, riguardo i cinesi che spierebbero gli americani a mezzo tecnologia. E così dopo Huawei e ZTE, nel mirino ci sono finite TikTok e WeChat. Mossa elettorale, ci sono le Presidenziali alle porte e Donald si deve mostrare forte se vuole ottenere altri 4 anni alla Casa Bianca.

Ora.

Sapete chi c’è dietro WeChat? Non preoccupatevi, ve lo dico io: c’è Tencent, una delle più grandi aziende asiatiche (e quindi del mondo) di tecnologia. Un colosso che, per darvi un’idea, potremmo paragonare a Google per il peso specifico che ha nel mondo digitale a Oriente. E Tencent possiede anche una bella fetta di Epic: una delle considerazioni fatte dopo quell’ennesima minaccia di ban da parte di Trump era stata, per l’appunto, il rischio che dentro il calderone ci finisse pure un blockbuster come Fortnite.

Torniamo alla nostra storia.

Mentre Epic e Apple si cannoneggiano in tribunale, Apple fa una mossa che ha il sapore del trolling: piazza in bella mostra sul proprio marketplace il principale concorrente di Fortnite, ovvero PUBG. Sempre di una battle royale si tratta, ma non la produce Epic.

Sapete di chi è PUBG? Di Tencent.

Quindi, siamo al paradosso di aver sponsorizzato un’app tutta cinese ai danni di un’altra app che è cinese solo in parte. Tutto questo mentre dalla Casa Bianca tuonano contro i rischi per la privacy e la sicurezza, a causa di questi vendor cinesi che passano le nostre informazioni al Governo di Pechino.

È o non è una storia bellissima?

PS: Lo so che il titolo contiene un errore, l’ho scritto apposta così!

paradox

La fine del retail?

A distanza di poche ore arrivano due notizie simili, ma non identiche, sulle sorti di due catene retail: Gamestop registra risultati pessimi durante le feste, Bose annuncia la chiusura dei suoi negozi in Europa e Nordamerica (e Giappone).

Entrambe le notizie sono legate alla crescita dell’e-commerce e al cambio di abitudini dei consumatori. Da un lato però probabilmente Gamestop ha fatto scelte errate nella gestione della sua strategia, dall’altro Bose ha azzeccato i prodotti ma deve fare i conti con una contrazione degli spazi che si può ritagliare nelle case dei consumatori.

Certo va sottolineato un dato: Gamestop e Bose sono in crisi nel retail, Apple continua ad andare a gonfie vele coi suoi Store.