Galaxy Z Fold 8, il pieghevole giusto arrivato al momento sbagliato

Galaxy Z Fold 8

Nella sede milanese di Samsung, poco prima dell’annuncio ufficiale, ho passato un’ora con la nuova generazione di pieghevoli: Fold 8 Ultra, Fold 8 e Flip 8. Ne sono uscito con una convinzione precisa: il prodotto più interessante dei tre è quello di mezzo. Ed è esattamente qui che cominciano i problemi.

Il Fold 8 abbandona le proporzioni allungate che hanno definito la serie per sette generazioni e adotta un formato che, da chiuso, ricorda un passaporto: più corto, più largo, con uno schermo esterno da 5,5 pollici in 10:16 che si usa come un telefono normale. Aperto rivela un pannello da 7,6 pollici in 4:3. Il tutto in 201 grammi e 4,5 millimetri di spessore. In mano la differenza si sente subito: sta comodamente nella tasca dei jeans e ci si dimentica di averlo addosso. Dopo anni di pieghevoli che chiedevano compromessi in cambio della loro doppia natura, questo non ne chiede quasi nessuno.

Quando i pionieri lasciano la stanza

L’onestà impone di dire che il formato non è un’invenzione di Samsung. OPPO lo propose con il Find N a fine 2021, Google lo riprese con il primo Pixel Fold nel 2023. Ed entrambi lo hanno poi abbandonato: Google è tornata a proporzioni più alte e strette con il Pixel 9 Pro Fold, OPPO ha fatto lo stesso con il Find N5. Il paradosso è che Samsung arriva al passaporto quando i pionieri hanno lasciato la stanza.

Galaxy Z Fold 8

Si può leggere in due modi: un ritardo di quattro anni, oppure la conferma che serviva la scala industriale di Samsung per trasformare un esperimento riuscito a metà in un prodotto potenzialmente di massa. Sono vere entrambe le letture, e non si escludono. E ce n’è una terza, la più prosaica: a settembre è atteso il primo iPhone pieghevole, che secondo le indiscrezioni più solide avrà proporzioni quasi identiche, schermo esterno da 5,5 pollici in formato passaporto e pannello interno da 7,8. Samsung non sta tornando su quel formato per nostalgia: sta occupando il terreno poche settimane prima che ci arrivi Apple.

La prova della partita

Sull’uso quotidiano vale la pena essere precisi. Lo schermo esterno copre bene le interazioni rapide: messaggi, social, navigazione. Quello interno dà il meglio con i contenuti che respirano nel 4:3, quindi lettura, web, giochi. Sul video il discorso è più sfumato: un contenuto 16:9 su un pannello quasi quadrato convive con due bande nere, ma l’immagine che ne ricava resta nettamente più grande di quella di un telefono tradizionale. E nelle sessioni lunghe la differenza si sente: una partita di tennis seguita a schermo aperto, con il dispositivo tenuto in orizzontale come un piccolo tablet, è un’esperienza che uno smartphone normale semplicemente non offre. Le bande nere sono il pedaggio, non la sentenza.

Galaxy Z Fold 8

C’è anzi un dettaglio controintuitivo, verificato dal vivo mettendo i due Fold fianco a fianco su una partita di Wimbledon: sul video 16:9 il Fold 8 restituisce un’immagine leggermente più larga di quella del Fold 8 Ultra, con bande più contenute, perché il pannello quasi quadrato da 8 pollici dell’Ultra spreca più superficie di quanto faccia il 4:3. Il modello che costa duecento euro in meno fa meglio proprio nella cosa che a schermo aperto si fa più spesso.

Galaxy Z Fold 8

Un’esca da 2.099 euro

Poi c’è il listino, ed è qui che il discorso cambia tono. Il Fold 8 parte da 2.099 euro, il Fold 8 Ultra da 2.299: duecento euro di differenza. La versione da 512 GB del Fold 8 costa esattamente quanto l’Ultra base. A queste condizioni il Fold 8 non è una porta d’ingresso al mondo dei pieghevoli, è un’esca che spinge verso l’Ultra chi può spendere e lascia fuori tutti gli altri. E le fotocamere aggravano il quadro: a prezzo quasi identico, il Fold 8 rinuncia al sensore principale da 200 megapixel e al teleobiettivo dell’Ultra, fermandosi a una doppia camera da 50. Praticamente la stessa cifra per un comparto fotografico inferiore.

Il meccanismo ricorda quello di S25 Edge rispetto a S25 Ultra, con una differenza che rende tutto più stridente: l’Edge era un derivato, un esercizio di sottrazione. Il Fold 8 è il prodotto strategicamente nuovo di questa generazione, quello con il form factor ripensato, mentre l’Ultra è in sostanza il vecchio Fold con un altro nome. Samsung ha costruito il telefono della sua prossima strategia e l’ha prezzato come un ripiego.

E il problema di fondo è tutto qui: a 2.099 euro il Fold 8 nasce e resterà un prodotto di estrema nicchia, perché le promozioni limano i listini, non li trasformano. Il pieghevole di massa della gamma sarà semmai il Flip 8, che parte da 1.379 euro e che, se la storia delle generazioni precedenti si ripete, scivolerà sotto i mille euro di street price nel giro di pochi mesi. Per il Fold 8 quel percorso non esiste.

Galaxy Z Fold 8 e Fold 8 Ultra a confronto

La finestra che si è chiusa

Il comunicato stampa parla di un’esperienza pieghevole “accessibile a un pubblico ancora più ampio”. Per un prodotto che parte da 2.099 euro è una formula che si commenta da sola. Ma il punto non è il marketing, è la finestra che si è chiusa. Tra il 2023 e il 2025 le condizioni per abbassare i prezzi c’erano tutte: componentistica a costi stabili, tecnologia matura, concorrenza cinese aggressiva sui listini. Samsung ha scelto di difendere i margini, tenendo i Fold sopra i 1.800 euro generazione dopo generazione e trattando il pieghevole come un bene di lusso invece che come una categoria da far crescere.

Oggi quella scelta presenta il conto. Sul superciclo delle memorie ho scritto per esteso poche settimane fa, qui bastano tre numeri: le memorie per telefoni sono quasi raddoppiate nel primo trimestre 2026 secondo TrendForce, Gartner prevede un rincaro del 130% di DRAM e SSD entro fine anno con smartphone più cari in media del 13%, e per IDC non si tratta di una carenza ciclica ma di una riallocazione strutturale della capacità produttiva mondiale verso le memorie HBM dei datacenter AI.

Tradotto: la democratizzazione delle specifiche si sta invertendo e i prezzi dei telefoni, di tutti i telefoni, saliranno per anni.

C’è un dettaglio che rende il quadro quasi beffardo: Samsung è tornata a essere il primo produttore mondiale di DRAM per ricavi. Il superciclo che rende impensabile abbassare il prezzo dei suoi pieghevoli è lo stesso che sta gonfiando i bilanci della sua divisione semiconduttori. Samsung sta su entrambi i lati del bancone: incassa da fornitore quello che lamenta da produttore di telefoni.

Il Fold 8 è il pieghevole che consiglierei a chiunque, se costasse 1.500 euro. A 2.099 resta un ottimo prodotto per il pubblico che i pieghevoli li compra già, cioè l’esatto contrario di quello che serviva a questa categoria. I foldable popolari non li vedremo per anni, e non per un capriccio del silicio: la finestra per farli esistere era lì, tra il 2023 e il 2025, e Samsung l’ha usata per proteggere i margini. Il Fold 8 è il monumento a quell’occasione persa. Il pieghevole giusto, arrivato nel momento sbagliato: un momento sbagliato che Samsung si è costruita da sola.

La macchina di immuni ha un bug nel protocollo (ma niente panico)

Non è la prima volta che si parla dei rischi di vulnerabilità di un protocollo come Bluetooth, che non è nato per quello che oggi gli si chiede di fare con immuni. Un po’ la stessa cosa che è accaduta con le automobili, che solo oggi iniziano a essere progettate ed equipaggiate per gestire la sicurezza di sistemi digitali che potrebbero creare problemi alla guida se bucati da remoto: quando erano stati inseriti a bordo i primi chip non si immaginava che un giorno l’auto sarebbe stata perennemente connessa, è stato necessario cambiare mentalità e approccio per farvi fronte.

Dicevamo, il Bluetooth non è perfetto: in più, il protocollo Google-Apple è stato messo assieme in fretta e furia in poche settimane. Inevitabile qualche errore di gioventù.

Quello che va sempre precisato è che, come nel caso di quanto si sta discutendo in queste ore (e che non riguarda immuni in sé: bensì il protocollo su cui non ha controllo e che sfrutta per essere compatibile con il massimo numero possibile di smartphone), un bug o una vulnerabilità non richiedono necessariamente di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Lo spirito di una norma come il GDPR, che poi è quella che sovrintende la privacy e la cybersecurity da noi in Europa, non è tanto dare delle regole da seguire: bensì fornire delle linee guida su cui impostare il proprio approccio alla questione della sicurezza. Qual è il bilanciamento tra rischi e vantaggi di una certa tecnologia, di come si è progettato un database, di come si regola l’accesso a certi dati? Bisogna svolgere una sorta di esercizio che pesi pro e contro di una determinata soluzione: non ne esiste alcuna priva di rischi, quel che si può fare è minimizzarli.

Sfruttare il bug in questione, di cui si vociferava da un po’, imporrebbe una concatenazione di azioni davvero improbabile: tantissime antenne Bluetooth disposte ovunque, o seguire costantemente un individuo per monitorare cosa fa; un lavoro di ricostruzione dell’identità a partire dai codici pseudo-anonimi, la cui complessità è di per sé notevole ma che aumentando il numero di individui si complica ulteriormente; la possibilità di tradurre queste informazioni in informazioni utili da monetizzare/sfruttare, altra azione che non è immediata.

Banalmente, gli unici che avrebbero gli strumenti e le risorse per mettere in pratica questo tipo di attività di tracciamento massiva sarebbero i Governi: che però volendo hanno mezzi più semplici per farlo. Dico per dire, basterebbe usare il GSM (la connessione dei nostri smartphone, infrastruttura già capillare e funzionante) per tracciare in modo molto più preciso ed efficace i cittadini: senza dover neppure preoccuparsi di risalirne all’identità, visto che sono già perfettamente identificati in quel caso. Per un attaccante privato sarebbe molto più semplice, ed economico, aggirare il problema facendo installare (con l’inganno) un trojan su uno smartphone: un cavallo di troia che scavalchi codici e pseudo-anonimizzazione e vada direttamente a captare informazioni più preziose e direttamente sfruttabili.

Il resto è materia da azzeccagarbugli e da complottisti.

Epic Vs. Apple: una storia sempre più bellissima

Oggi vi racconto una storia bellissima, fatta di paradossi e di situazioni al limite dell’incredibile: una storia in cui la politica internazionale si incrocia con le diatribe tra due aziende private, con sullo sfondo le elezioni presidenziali USA.

Tutto parte da una mossa (neanche tanto) a sorpresa di Epic, che per chi non lo sapesse è anche quella dell’Unreal Engine, che piazza dentro il celeberrimo Fortnite un’opzione per pagare che scavalca i meccanismi imposti da Apple su App Store. Così facendo non dovrà girare il 30 per cento di quanto incassa a Cupertino: ma, ovviamente, passa 1 minuto prima che scatti la rappresaglia. Epic viene messa alla porta da Apple: non solo facendo fuori Fortnite dal marketplace, ma pure terminando l’account sviluppatore di Epic e dunque tagliandola fuori totalmente dalle piattaforme con la mela morsicata (con un effetto a cascata anche per tutti quelli che usano l’Unreal Engine).

A questo punto, Epic va in tribunale (era tutto già organizzato, figurarsi): Apple, dal canto suo, risponde a carta bollata con carta bollata. La storia, evidentemente, durerà ancora molto a lungo.

Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Nelle ultime settimane un’altra vicenda ha tenuto ancora banco nel mondo della tecnologia: parliamo della fissazione degli USA, in particolare della amministrazione di Donald Trump, riguardo i cinesi che spierebbero gli americani a mezzo tecnologia. E così dopo Huawei e ZTE, nel mirino ci sono finite TikTok e WeChat. Mossa elettorale, ci sono le Presidenziali alle porte e Donald si deve mostrare forte se vuole ottenere altri 4 anni alla Casa Bianca.

Ora.

Sapete chi c’è dietro WeChat? Non preoccupatevi, ve lo dico io: c’è Tencent, una delle più grandi aziende asiatiche (e quindi del mondo) di tecnologia. Un colosso che, per darvi un’idea, potremmo paragonare a Google per il peso specifico che ha nel mondo digitale a Oriente. E Tencent possiede anche una bella fetta di Epic: una delle considerazioni fatte dopo quell’ennesima minaccia di ban da parte di Trump era stata, per l’appunto, il rischio che dentro il calderone ci finisse pure un blockbuster come Fortnite.

Torniamo alla nostra storia.

Mentre Epic e Apple si cannoneggiano in tribunale, Apple fa una mossa che ha il sapore del trolling: piazza in bella mostra sul proprio marketplace il principale concorrente di Fortnite, ovvero PUBG. Sempre di una battle royale si tratta, ma non la produce Epic.

Sapete di chi è PUBG? Di Tencent.

Quindi, siamo al paradosso di aver sponsorizzato un’app tutta cinese ai danni di un’altra app che è cinese solo in parte. Tutto questo mentre dalla Casa Bianca tuonano contro i rischi per la privacy e la sicurezza, a causa di questi vendor cinesi che passano le nostre informazioni al Governo di Pechino.

È o non è una storia bellissima?

PS: Lo so che il titolo contiene un errore, l’ho scritto apposta così!

paradox

La fine del retail?

A distanza di poche ore arrivano due notizie simili, ma non identiche, sulle sorti di due catene retail: Gamestop registra risultati pessimi durante le feste, Bose annuncia la chiusura dei suoi negozi in Europa e Nordamerica (e Giappone).

Entrambe le notizie sono legate alla crescita dell’e-commerce e al cambio di abitudini dei consumatori. Da un lato però probabilmente Gamestop ha fatto scelte errate nella gestione della sua strategia, dall’altro Bose ha azzeccato i prodotti ma deve fare i conti con una contrazione degli spazi che si può ritagliare nelle case dei consumatori.

Certo va sottolineato un dato: Gamestop e Bose sono in crisi nel retail, Apple continua ad andare a gonfie vele coi suoi Store.

Apple e la fine della parabola

Here’s to the crazy ones (1997)

Think different recitava il claim finale di uno spot celeberrimo lanciato da Steve Jobs nel 1997, quando la parabola che avrebbe portato Apple in cima al mondo (si combatte stabilmente la prima posizione della classifica delle aziende più capitalizzate del mondo con Microsoft e Google) era al principio. La comunicazione di Apple è sempre stata speciale: mi ricordo i poster proprio di quella campagna affissi sui muri del negozio dove acquistammo l’iMac azzurro bondi che ancora conservo sulla scrivania della mia vecchia stanza a casa di mamma.

Negli anni la comunicazione è stata parte integrante del prodotto Apple: la stessa nascita di Apple è stata innanzi tutto una questione di comunicazione, a cominciare dalla contrapposizione col gigante cattivo IBM (1984) fino al confronto con il mondo PC che ha fatto dell’ironia un’arma per rosicchiare quote di mercato al binomio WinTel (Hello! I’m a Mac). In un certo senso erano le differenze, a volte persino i limiti della piattaforma, a diventare un elemento di propaganda. Il punto più alto di questa parabola a mio avviso è racchiuso tra due momenti: il lancio di iPhone nel gennaio del 2007 e quello di MacBook Air un anno dopo.

Il lancio di iPhone (2007)
Il lancio di MacBook Air (2008)

A un certo punto tutti, ma proprio tutti, hanno guardato a Apple per capire cosa fare in termini di comunicazione. A un certo punto tutti, ma proprio tutti, hanno guardato a Apple anche per capire cosa fare in termini di tecnologia: a Cupertino hanno capito prima di ogni altro l’importanza di un ecosistema, di un legame software tra diverse piattaforme, la svolta mobile first di un mercato consumer che ha finito per contagiare anche il mercato enterprise.

Oggi questi momenti magici durati dal 1977 al 1984 (da Apple ][ a Macintosh), e dal 1997 al 2010 (da iMac a iPad), si sono esauriti. Per 20 anni la Mela è stata quanto di più moderno, affascinante, appassionante e accattivante ci fosse su piazza. Il colpo di coda di questo momento magico è stato il 2013, con una campagna natalizia memorabile e che ancora oggi, ogni volta che la rivedo, trovo commovente. Bissato nel 2014 (esiste anche una versione per la Cina di quest’ultima campagna).

https://www.youtube.com/watch?v=v76f6KPSJ2w
Apple Christmas 2013
Apple Christmas 2014

Il motivo per cui ho raccontato per filo e per segno, e per video, questa galoppata di Apple nel corso di 40 anni è perché questa sera ho visto il nuovo spot natalizio firmato Mela Morsicata. È una brutta copia di quello del 2013, davvero brutta, e dice molto della capacità oggi di rinnovarsi a Cupertino: non stiamo parlando di una società incapace di fare prodotti all’altezza delle aspettative dei propri clienti (quella era la Apple alla vigilia del ritorno di Steve Jobs), bensì di una realtà che oggi non è più apparentemente capace di stare al passo con il proprio retaggio.

https://www.youtube.com/watch?v=LDeRyyDrS40

Questo lungo sproloquio è stato scritto sulla tastiera di un MacBook Pro, a mio avviso questa resta una piattaforma eccezionale per lavorare quando si parla di PC (per gli smartphone, secondo me, meglio guardare altrove): ma se vi dovessi indicare oggi il faro della creatività e della originalità nel settore, non punterei il dito verso Cupertino.

Oggi lo scettro non lo impugna nessuno: di certo non Elon Musk, non Google, non Microsoft che pure ha saputo riguadagnare posizioni importanti. Aspettiamo magari che, ancora una volta, Apple torni a stupirci: ma, e non è così banale come potrebbe suonare dirlo, affinché ciò avvenga forse c’è davvero bisogno di un altro Steve Jobs. Che, ricordiamolo, forse non ha inventato niente di niente: ma ha saputo racchiudere un’idea all’interno di policarbonato, silicio e vetro come pochi altri. Forse come nessun altro.