A distanza di poche ore arrivano due notizie simili, ma non identiche, sulle sorti di due catene retail: Gamestop registra risultati pessimi durante le feste, Bose annuncia la chiusura dei suoi negozi in Europa e Nordamerica (e Giappone).
Entrambe le notizie sono legate alla crescita dell’e-commerce e al cambio di abitudini dei consumatori. Da un lato però probabilmente Gamestop ha fatto scelte errate nella gestione della sua strategia, dall’altro Bose ha azzeccato i prodotti ma deve fare i conti con una contrazione degli spazi che si può ritagliare nelle case dei consumatori.
Certo va sottolineato un dato: Gamestop e Bose sono in crisi nel retail, Apple continua ad andare a gonfie vele coi suoi Store.
Gli Stati Uniti portano avanti la loro guerra santa contro Huawei, costituita essenzialmente da sospetti per i quali manca qualsiasi prova. Riassumendo, potremmo sintetizzare così la questione: gli USA vanno in giro a dire che forse, in futuro, magari, Huawei potrebbe essere costretta dal Governo cinese a spiare per conto loro.
Si vede che gli USA sanno qualcosa che noi non sappiamo. Chissà, magari parlano per esperienza.
Scherzi a parte, una dichiarazione del premier britannico Boris Johnson – contenuta in una intervista rilasciata alla BBC e ripresa sulle pagine del Guardian – chiude a mio avviso la questione una volta per tutte:
The British public deserve to have access to the best possible technology. We want to put in gigabit broadband for everybody. Now if people oppose one brand or another then they have to tell us what’s the alternative
A oggi non esiste ancora un’alternativa credibile, sotto vari aspetti, alla presenza dei device di Huawei nelle infrastrutture di telecomunicazioni. La verità è che gli Stati Uniti sono in ritardo sul 5G e pensano, si illudono, che rimandare possa tornargli comodo: nel frattempo l’Asia corre, e le tigri non resteranno certo ad aspettarci.
La polemica che ha infuriato in questi giorni, su un tema piuttosto complesso, è parsa a noi addetti ai lavori una polemica di retroguardia: sul tema dell’anonimato in Rete abbiamo discusso e dibattuto nell’arco temporale compreso tra il 1995 e il 2005. Poi, dopo quel momento, quello che dovevamo dirci ce lo eravamo detto: l’anonimato in Rete serve, è qui per restarci, ha moltissimi limiti nella pratica ma soprattutto non serve inventarsi per Internet regole diverse da quelle che ci sono già. Le leggi funzionano benissimo sia online che offline: non c’è differenza tra online e offline.
Detto questo, vediamo di ricordare almeno qualche ragione del perché l’anonimato in Rete serve.
1. Libertà d’espressione. Qualsiasi sia la vostra obiezione, io ribatto: Primavera Araba. Potrei aggiungere altro sui vari leak (Snowden ecc.), ma poi ci buttiamo sul controverso – almeno secondo qualcuno, non per quanto mi riguarda.
2. Sicurezza. Una sola e unica identità, qualsiasi sia il sistema di sicurezza adottato, è un rischio. Accentrare tutte le informazioni in un unico database significa che se violano quel database avranno i dati di tutti. Infine, gestire un servizio del genere significa molto in termini di affidabilità, resilienza, sicurezza, disponibilità: se pensi che lo Stato debba riprendersi la gestione di SPID e renderlo un servizio sempre più universale e pervasivo (in senso buono), devi mettere in condizione lo Stato di erogare un servizio che per qualità ricorda più Amazon che il sito del comune. A oggi il track record dell’Italia parla di tanti siti dei comuni e nemmeno un Amazon. In ogni caso se posso restare anonimo tranne quando voglio essere identificato, beh, tanto meglio: diminuiscono i rischi di seminare in giro dati preziosi.
3. Tecnocontrollo. Io non voglio che lo Stato possa sapere tutto quello che faccio: non tirate fuori la storia del “se non hai niente da nascondere”, è un’obiezione fascista. Voglio garantire la mia privacy, non voglio che tutte le mie azioni siano associate a un profilo pubblico: se voglio andare sul PornHub non voglio essere identificato con lo stesso profilo con cui accedo al mio cassetto previdenziale. Senza contare le ricadute possibili in termini di rischi che un privato si appropri di informazioni sensibili associate al mio profilo pubblico.
4. Libero mercato. Io non sono un sostenitore del capitalismo anarchico, ma è indubbio che la concorrenza e la pluralità dell’offerta siano uno stimolo importante per lo sviluppo e la crescita tecnologici. In questa prospettiva, un servizio che si ponga in concorrenza costruttiva con i privati e sia un modello di riferimento per la sicurezza, l’affidabilità e l’universalità può essere un agente positivo – ovviamente se non è obbligatorio.
Poiché il ministro Pisano non è l’ultima arrivata, bazzica il mondo di noi addetti ai lavori da un po’, mi aspetto che queste e altre argomentazioni le abbia sentite almeno una volta nel corso di qualche conversazione, convegno, conferenza. Credo altresì che sia una cosa buona che oggi abbiamo un Ministro per l’Innovazione, un ministro che si esponga per far sì che temi come quelli dell’identità digitale e dei diritti digitali arrivino alla ribalta dell’agenda politica. Un Paese che si preoccupa di come usare la tecnologia per migliorare i propri servizi è un Paese che pone il digitale tra le proprie priorità: e questo non può che fare felici gli addetti ai lavori, soprattutto se si prosegue sulla scia di quanto hanno iniziato a fare gli uomini e le donne del Team per la Trasformazione Digitale.
È stato dialetticamente un passo falso, inutile negarlo. Però non cominciamo il nostro solito tiro al piccione: ci serve un alleato nella stanza dei bottoni, ci serve per recuperare il tantissimo tempo perduto, e non abbiamo neppure più il tempo di stare a sindacare se questo alleato indossa la casacca di un colore o di un altro. Fino a quando farà le cose giuste, fino a quando ci darà le risposte giuste e ascolterà i nostri consigli, un alleato è un alleato: se tradirà le nostre aspettative vedremo cosa fare. Per ora mi pare che le intenzioni siano buone.
PS: Ho goduto come un matto a vedere la foto che gira del ministro Pisano durante il suo intervento a SIOS19. Solo non ho capito dove l’abbiano presa.
La situazione è la seguente: alcuni servizi di smart-home Xiaomi, in particolare quelli che fanno capo alla app Xiaomi Home, da ieri sera non funzionano più nel mondo Google Home.
UPDATE 05/01/2020: Tutto rientrato, ora tutto funziona di nuovo. Evidentemente Xiaomi è stata rapida e ha fornito a Google le risposte giuste.
Quello che è successo è che un utente si è ritrovato sul monitor del suo Nest Hub immagini provenienti da una ip-cam non sua: come sia stato possibile non si sa, l’unica cosa che mi viene in mente è che per qualche motivo la sua ip-cam (comprata su aliexpress) fosse in qualche modo abilitata a una serie di funzioni che possono far pensare alla presenza di una backdoor di qualche tipo – probabilmente messa lì per ragioni di debug e sviluppo. La spiegazione ufficiale di Xiaomi dice che si è trattato di un problema di cache (???). Google, a scanso equivoci, ha reciso il legame tra la sua piattaforma di domotica e quella di Xiaomi fino a data da destinarsi.
Sta di fatto che da ieri ho due stanze che non hanno più la luce smart, e non so se e quando queste lampadire torneranno a essere accessibili a mezzo voce attraverso i miei speaker Google. In più ho anche io una ip-cam Xiaomi: ora sono tentato di spegnerla.
PS: Le mie lampadine Yeelight, che sono sempre del mondo Xiaomi ma fanno capo a un’altra app, funzionano ancora correttamente.
Se non avete ancora visto The Mandalorian, fermatevi qui: quanto segue contiene spoiler. Se l’avete visto, o se degli spoiler non vi importa, continuate pure.
Nel corso del primo episodio della nuova serie prodotta da Disney, ambientata nell’universo di Star Wars, fa capolino uno dei personaggi digitali più riusciti della storia: uno Yoda picci, un Baby-Yoda, che ha fatto impazzire tantissimi appassionati del franchise ideato da George Lucas negli anni ’70.
Quello che succede è che, com’era prevedibile, il pubblico si riversi sugli e-commerce in cerca di merchandise a tema Baby Yoda: peccato che Disney abbia deciso di non produrre, ancora, alcun giocattolo relativo a Baby Yoda visto che, di fatto, costituisce uno spoiler della serie. E soprattutto che tale serie in alcune nazioni non andrà in onda prima di molti mesi (da noi Disney+ arriva a fine marzo 2020). Mancando pupazzi, statuette o qualsiasi altro gadget ufficiale, la creatività degli appassionata si è scatenata e ha dato vita a delle alternative.
È il caso dello schema amigurumi “The Child” sviluppato da Allison Hoffman e messo in vendita su Ravelry. Ve lo dico avendone visto le foto: è spettacolare. Un lavoro eccezionale di una mente brillante con un talento e una pratica enorme, tale da permetterle di mettere a punto in poche ore un ottimo schema con un risultato finale davvero molto somigliante al personaggio originale. Testa bassa e pedalare, senza scorciatoie.
Il successo travolgente di Allison ha attirato l’attenzione della Disney. Così l’azienda di Topolino le ha fatto una telefonatina che potremmo riassumere in: Yoda è mio e lo gestisco io.
Disney ha ragione: detiene i diritti su tutti i personaggi dell’universo Star Wars, dunque nessuno può usarli senza autorizzazione. Allison ha rimosso lo schema dal sito e ora non vende più alcunché legato a Baby Yoda. Qualcun altro, vista l’aria che tira, ha iniziato spontaneamente a rimuovere le GIF di Baby Yoda dalla circolazione, onde evitare di ricevere telefonate da parte degli avvocati Disney.
La questione tra Hoffman e gli avvocati Disney c’è da giurarsi si evolverà, anche se probabilmente non ci saranno conseguenze particolari per lei visto che si è mostrata disponibile a collaborare: ma quanto accaduto è senz’altro esemplificativo di una questione assai complessa. Uno schema amigurumi, che dubito Disney offrirà mai agli appassionati, è da considerarsi un prodotto originale, o un mashup trasformativo, a tutti gli effetti rientrante nelle eccezioni della legge sul copyright? Probabilmente no. Certo questo limita la possibilità creativa degli appassionati, che al massimo possono provare a restare in un’area grigia del diritto cedendo gratuitamente il frutto del loro ingegno.
La vera beffa, come racconta Fiberly, è che ci sono in giro molti altri schemi amigurumi di Baby Yoda regolarmente in vendita. Anzi, in alcuni casi si tratta dello schema di Allison che viene “piratato” da altri.