Quando Pechino comincia a ragionare come Washington

C’è un test abbastanza affidabile per capire se qualcuno pensa di avere in casa l’argenteria buona: guardare quando comincia a montare le inferriate. Per due anni la storia dell’intelligenza artificiale è stata raccontata con gli Stati Uniti nel ruolo del doganiere, impegnati a stringere i bulloni sull’export dei chip, e la Cina in quello dell’inseguitore che si arrangia con quello che passa il convento. Questa settimana Reuters ha raccontato l’inizio del film al contrario: il Ministero del Commercio cinese ha convocato Alibaba, ByteDance e Z.ai per discutere se limitare l’accesso estero ai modelli AI più avanzati del paese, compresi quelli che ancora non esistono.

Tra le ipotesi, un sistema a livelli: registrazione per l’open source di base, security review per la roba avanzata, e i gioielli di famiglia chiusi in cassaforte, vietati al rilascio pubblico o riservati al mercato interno.

Ora: quando cominci a preoccuparti di come impedire agli altri di copiarti, di solito è perché hai smesso di copiare tu. E i numeri dicono che Pechino non si sta montando la testa.

I numeri, che sono maleducati

Da febbraio le aziende americane instradano ogni settimana più del 30 per cento dei loro token verso modelli cinesi su OpenRouter, con punte del 46, racconta CNBC. Un anno fa la media era l’11 per cento; nella prima metà del 2025, il 4,5. Tradotto: mentre a Washington si discuteva di come tenere l’AI cinese fuori dalla porta, quella entrava dalla finestra con un badge aziendale.

Lindy, startup americana di agenti AI, ha spostato il cento per cento (100%) del proprio traffico da Claude a DeepSeek, e il suo CEO descrive la curva dei costi precipitata a terra con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto l’hard discount sotto casa. Risparmi stimati: milioni di dollari nel giro di mesi.

Il motore è il prezzo, ovvio: i modelli open cinesi costano dal 60 al 90 per cento in meno degli equivalenti di OpenAI e Anthropic. Ma il prezzo da solo non basterebbe. GLM-5.2 di Z.ai, uscito a giugno, è arrivato a un punto percentuale da Opus 4.8 di Anthropic su uno dei benchmark agentici più osservati, a circa un quinto del costo, e su Vercel ha registrato l’adozione più rapida dell’anno: nella prima settimana i token giornalieri sono cresciuti di 27 volte, i clienti di 80. Quella non è la curva di un prodotto che incuriosisce, è la curva di un prodotto che risolve una voce di bilancio.

E siccome in Cina il calendario dei rilasci sembra compilato per farci dispetto, pochi giorni dopo Tencent ha pubblicato Hy3: 295 miliardi di parametri di cui 21 attivi, licenza Apache 2.0, meno della metà della taglia di GLM-5.2, che nei test alla cieca con 270 esperti batte quasi ovunque il predecessore di casa Zhipu e cede solo sul coding. Nel frattempo ha dimezzato il tasso di allucinazioni rispetto alla preview, che è il genere di dettaglio noioso che interessa a chi i modelli li usa per lavorare e non per i thread su X. Ma il punto non è il singolo benchmark: è che ormai Zhipu, Tencent, Alibaba, DeepSeek e Moonshot si rincorrono tra loro a cadenza di settimane, e il confronto con gli americani è diventato quasi un sottoprodotto di questa sfida nazionale.

Sorpasso è la parola sbagliata (ed è peggio)

Mettiamola giù onestamente, prima che arrivi nei commenti quello con la classifica: sulla frontiera assoluta gli Stati Uniti sono ancora davanti, le stime più citate parlano di sei-nove mesi di distacco. Chi vi vende il sorpasso secco sta facendo il titolo, non l’analisi. Solo che sorpasso è proprio la parola sbagliata, perché presuppone che la gara si vinca in un modo solo. Quello che la Cina ha fatto è rendere il vantaggio americano commercialmente irrilevante per la maggior parte degli usi reali: se il 90 per cento dei task aziendali non richiede il modello migliore del mondo ma il più economico tra quelli abbastanza buoni, la frontiera diventa un lusso per i casi limite e tutto il resto del lavoro va a chi costa un quinto. Vi ricorda qualcosa? Pannelli solari, batterie, auto elettriche: non inventare la categoria, industrializzarla fino a togliere l’ossigeno a chi l’ha inventata. L’AI sta seguendo il copione con una puntualità quasi commovente.

Va anche detto che gli americani ci hanno messo del loro, con generosità. Tra giugno e luglio il governo USA ha chiesto a OpenAI di rallentare il rollout dei nuovi modelli e ha imposto, salvo poi ritirarle dopo un braccio di ferro, restrizioni all’export dei modelli di punta di Anthropic. Se l’obiettivo era convincere le aziende che un modello americano può sparire dall’oggi al domani per decreto, difficile immaginare un metodo più efficace. Risultato: il modello che nessun governo può revocare, scaricabile, modificabile e ospitabile in casa, comincia a sembrare la scelta prudente.

E qui sta la parte controintuitiva dell’impegno statale cinese, che nella mia lettura resta la variabile decisiva di tutta la storia: finora l’approccio di Pechino ha funzionato non chiudendo, ma aprendosi al mercato. L’open weight come politica industriale.

Le due crepe (perché ci sono)

Detto questo, la macchina cinese non è il rullo compressore perfetto della narrativa, e le notizie di questi giorni mostrano due crepe interessanti.

La prima la racconta il New York Times: Qwen ha reso Alibaba una potenza mondiale dell’AI, i modelli più scaricati del pianeta, un ecosistema che Meta si sogna. Peccato che regalare il prodotto sia un’ottima strategia per far crescere la propria quota di mercato e una pessima strategia per la fatturazione. Alibaba monetizza di sponda, con il cloud, e intanto sposta i modelli migliori verso il closed source, cioè verso il modello di business di quelli che sta battendo. La corsa cinese, per ora, è una vittoria che non paga. In un settore dove peraltro non paga nemmeno chi perde: di modelli di business sostenibili, là fuori, non se ne vedono da nessuna parte, e almeno su questo la parità tra superpotenze è già totale.

La seconda crepa è quella da cui siamo partiti, ed è la più gustosa: Pechino sta valutando di chiudere il rubinetto proprio nel momento in cui l’acqua gratis stava annegando la concorrenza. Limitare l’accesso estero significa rinunciare all’adozione globale, cioè esattamente alla cosa che ha costruito il vantaggio. È il riflesso pavloviano della grande potenza: appena qualcosa diventa strategico, controllalo, anche a costo di sterilizzarlo. Gli americani ci sono appena passati, e la Cina sembra aver preso appunti dalla pagina sbagliata del quaderno. Vedremo se il rubinetto si chiuderà davvero o se resterà una pistola appoggiata sul tavolo del negoziato, che poi è l’uso che di solito si fa di queste cose.

E noi? Noi abbiamo un pacchetto

In tutto questo l’Europa non compare in nessuna delle quattro notizie, e il silenzio è la notizia. Nella partita tra chi possiede la frontiera e chi possiede la fabbrica dei modelli, il continente non ha né l’una né l’altra: consuma, e al massimo sceglie da quale dei due fornitori farsi trascinare.

Però attenzione, Bruxelles ha risposto. Come sa fare lei: con un pacchetto. A inizio giugno la Commissione ha presentato il suo piano per la sovranità tecnologica: un Chips Act 2.0 (e come tutti i sequel, promette di essere meglio dell’originale), un Cloud and AI Development Act, una roadmap per l’energia dei datacenter e, dettaglio per una volta davvero interessante, una strategia per scalare alternative open source nelle aree prioritarie e nelle pubbliche amministrazioni. Che poi, a guardarla bene, è il playbook cinese fotocopiato con qualche anno di ritardo: se non puoi vincere la frontiera, usa l’apertura come politica industriale. La diagnosi è giusta, e non era scontato. Il problema è l’orologio: il ritmo legislativo europeo si misura in anni, quello dei rilasci cinesi in settimane, e nessun pacchetto di proposte ha mai addestrato un modello, per quanto ben impaginata sia la factsheet.

Eppure, per una volta, il contesto rema a favore. Se davvero sia Washington che Pechino cominciano a trattare i modelli come materiale strategico da razionare, la sovranità tecnologica europea smette di essere il tema da convegno con il panel delle 14:30 e diventa un problema operativo, di quelli che sbloccano i budget. Un mondo in cui i modelli migliori arrivano con clausole geopolitiche allegate è un mondo in cui esiste finalmente un mercato per l’alternativa di casa. Bisogna solo costruirla prima che qualcuno chiuda la porta. La finestra c’è, e per una volta non abbiamo nemmeno dovuto aprirla noi: dobbiamo solo entrare.