“All of our 5G [hardware] is now America-free,” Huawei cybersecurity official John Suffolk told the Journal. “We would like to continue using American components. It’s good for American industry. It’s good for Huawei. That has been taken out of our hands.”
Catherine Chen, vicepresidente di Huawei (una che in azienda conta abbastanza: è anche nel consiglio d’amministrazione) dice che Hongmeng OS non è per gli smartphone. Per quelli, Android è e resta la scelta primaria.
Ora.
Noi a Catherine crediamo, ovviamente. Se dice così è a ragion veduta, e senz’altro Huawei ha allo studio anche un sistema operativo da embeddare in giro su IoT, device connessi e chi più ne ha più ne metta. Potrebbe anche essere funzionale al funzionamento di apparati di rete, su cui poi costruire applicazioni e servizi, o eventualmente offrire PaaS a telco e over-the-top. Un sistema operativo siffatto deve essere snello, svelto, sicuro: da cui la necessità di farlo compatto, poche migliaia di righe di codice, senza troppi frizzi e lazzi.
Però.
Parliamoci chiaro, Catherine: devi dire così perché è giusto dire così. Non si pestano i piedi al tuo partner principale, Google, in un business da 100 milioni di terminali l’anno e 50 miliardi di dollari di fatturato. Ma sappiamo tutti che ciascun grande vendor, da Oppo a Samsung, da Huawei a Xiaomi, nel segreto delle sue stanze coltiva l’idea di un proprio sistema operativo. È il sogno che Steve Jobs ha trasformato in realtà, che ha naturalmente delle conseguenze: nel caso di Apple è l’isolamento totale in una nicchia, che per ora non mostra crepe significative ma domani chissà.
Tutti vogliono il controllo completo sulla piattaforma: Samsung ci ha provato anche mettendo in vendita terminali Tizen, e sappiamo com’è andata. Huawei ci sta provando in modo più furbo: in Cina ha il suo store, che funziona, e pian piano sta mettendo in piedi anche delle alternative qua da noi. C’è App Gallery, c’è Huawei Video, c’è lo store dei temi, c’è lo storage e prossimamente ci sarà senz’altro qualche altro tassello che andrà al suo posto. A quel punto, magari con una bella iniezione di capitali per convincere grandi sviluppatori ad essere presenti nel suo store, tenterà la sortita: pur lasciando il Play Store a bordo, magari, ma offrendo delle offerte succulente (e sovvenzionate) un po’ come ha tentato di fare Amazon sul suo marketplace app per i Fire.
Funzionerà? Oggi non so dirlo. Ma sono sicuro che, nonostante quello che dice Catherine Chen, nelle segrete stanze di Huawei a Shenzhen e Shanghai ci siano tecnici al lavoro per studiare la formula di un sistema operativo per smartphone (e tablet, e wearable) pronto per ogni evenienza.