Hongmeng delle mie brame

Catherine Chen, vicepresidente di Huawei (una che in azienda conta abbastanza: è anche nel consiglio d’amministrazione) dice che Hongmeng OS non è per gli smartphone. Per quelli, Android è e resta la scelta primaria.

Ora.

Noi a Catherine crediamo, ovviamente.
Se dice così è a ragion veduta, e senz’altro Huawei ha allo studio anche un sistema operativo da embeddare in giro su IoT, device connessi e chi più ne ha più ne metta. Potrebbe anche essere funzionale al funzionamento di apparati di rete, su cui poi costruire applicazioni e servizi, o eventualmente offrire PaaS a telco e over-the-top.
Un sistema operativo siffatto deve essere snello, svelto, sicuro: da cui la necessità di farlo compatto, poche migliaia di righe di codice, senza troppi frizzi e lazzi.

Però.

Parliamoci chiaro, Catherine: devi dire così perché è giusto dire così. Non si pestano i piedi al tuo partner principale, Google, in un business da 100 milioni di terminali l’anno e 50 miliardi di dollari di fatturato.
Ma sappiamo tutti che ciascun grande vendor, da Oppo a Samsung, da Huawei a Xiaomi, nel segreto delle sue stanze coltiva l’idea di un proprio sistema operativo. È il sogno che Steve Jobs ha trasformato in realtà, che ha naturalmente delle conseguenze: nel caso di Apple è l’isolamento totale in una nicchia, che per ora non mostra crepe significative ma domani chissà.

Tutti vogliono il controllo completo sulla piattaforma: Samsung ci ha provato anche mettendo in vendita terminali Tizen, e sappiamo com’è andata. Huawei ci sta provando in modo più furbo: in Cina ha il suo store, che funziona, e pian piano sta mettendo in piedi anche delle alternative qua da noi. C’è App Gallery, c’è Huawei Video, c’è lo store dei temi, c’è lo storage e prossimamente ci sarà senz’altro qualche altro tassello che andrà al suo posto. A quel punto, magari con una bella iniezione di capitali per convincere grandi sviluppatori ad essere presenti nel suo store, tenterà la sortita: pur lasciando il Play Store a bordo, magari, ma offrendo delle offerte succulente (e sovvenzionate) un po’ come ha tentato di fare Amazon sul suo marketplace app per i Fire.

Funzionerà?
Oggi non so dirlo. Ma sono sicuro che, nonostante quello che dice Catherine Chen, nelle segrete stanze di Huawei a Shenzhen e Shanghai ci siano tecnici al lavoro per studiare la formula di un sistema operativo per smartphone (e tablet, e wearable) pronto per ogni evenienza.

Quello che non c’è

Ci sono un paio di cose che andrebbero dette sul giornalismo, sul fare informazione in Rete, oggi. La prima è che la linea che delimita il concetto di “informazione” da quello di “comunicazione” si è fatta sempre più sottile: oggi è complicato per me, che ci sono dentro, distinguerlo – figuriamoci per chi non c’è dentro, ma sente comunque il bisogno di pontificare al riguardo.

La seconda è che non ci sono più i soldi per fare giornalismo.
Quello che non c’è sono i soldi. I capitali. Gli investitori. Gli unici introiti sono quelli derivanti dalla pubblicità, non troverete un benefattore che decida di fare l’editore in perdita. E la pubblicità tabellare, i banner, non funziona più da un pezzo: l’unica cosa che crei remunerazione tale da consentire di andare avanti sono i progetti speciali di comunicazione, semplice o integrata, che si spargono in giro per siti e social come una pozza d’acqua che si allarga sempre di più.

Ho avuto a che fare con molti interlocutori lato vendite nella mia vita: i peggiori di tutti erano quelli che volevano fare i furbi, e quindi niente distinzione tra quello che è pagato e quello che è farina del tuo sacco.
Una roba che quando ti beccano (non se, quando) perdi ogni credibilità.
E infatti.
Poi ci sono realtà, e al momento deo gratia sono in una così, in cui tutto deve essere sempre chiaro: e possibilmente evitiamo le zozzerie quelle che fanno solo casino. Non sempre ci si riesce, ma l’intenzione è sempre evitare il compromesso al ribasso.

Tutto questo per dire che: quelli che in questi giorni si stanno affannando a dire che cos’è giornalismo, che cos’è giornalismo d’inchiesta, che cos’è comunicazione, come si dovrebbe fare, nella stragrande maggioranza dei casi non sanno di cosa parlano e non hanno la minima idea di come funzioni questo mondo. Ora non voglio fare il Michele Apicella dei poveri, ma sarebbe buona pratica non parlare di cose che non conosci.

Peter Steiner sul New Yorker (1993)

Tanto più che per fare certi lavori, con un grado di credibilità e autorevolezza superiore a quella di un cactus, ci vuole tempo, persone, denaro, risorse. E ancora: il metodo Report, quello in cui si parte da una tesi precostituita e si fa di tutto per dimostrarla (pure piegando a proprio piacimento i riscontri) non è giornalismo e soprattutto non è giornalismo di inchiesta. È altro.

Dopo di che, se avete idee geniali per tenere in piedi un progetto di comunicazione e giornalismo, fatevi sotto. Però non stupitevi se qualcuno, il sottoscritto, vi risponderà “ah coso, guarda che ‘sta roba c’abbiamo già provato e non funziona”.