La fine del retail?

A distanza di poche ore arrivano due notizie simili, ma non identiche, sulle sorti di due catene retail: Gamestop registra risultati pessimi durante le feste, Bose annuncia la chiusura dei suoi negozi in Europa e Nordamerica (e Giappone).

Entrambe le notizie sono legate alla crescita dell’e-commerce e al cambio di abitudini dei consumatori. Da un lato però probabilmente Gamestop ha fatto scelte errate nella gestione della sua strategia, dall’altro Bose ha azzeccato i prodotti ma deve fare i conti con una contrazione degli spazi che si può ritagliare nelle case dei consumatori.

Certo va sottolineato un dato: Gamestop e Bose sono in crisi nel retail, Apple continua ad andare a gonfie vele coi suoi Store.

Huawei in UK, la parola a Boris Johnson

Gli Stati Uniti portano avanti la loro guerra santa contro Huawei, costituita essenzialmente da sospetti per i quali manca qualsiasi prova. Riassumendo, potremmo sintetizzare così la questione: gli USA vanno in giro a dire che forse, in futuro, magari, Huawei potrebbe essere costretta dal Governo cinese a spiare per conto loro.

Si vede che gli USA sanno qualcosa che noi non sappiamo.
Chissà, magari parlano per esperienza.

Scherzi a parte, una dichiarazione del premier britannico Boris Johnson – contenuta in una intervista rilasciata alla BBC e ripresa sulle pagine del Guardian – chiude a mio avviso la questione una volta per tutte:

The British public deserve to have access to the best possible technology. We want to put in gigabit broadband for everybody. Now if people oppose one brand or another then they have to tell us what’s the alternative

Johnson: Huawei critics ‘must tell us what’s the alternative’

Wikipedia

A oggi non esiste ancora un’alternativa credibile, sotto vari aspetti, alla presenza dei device di Huawei nelle infrastrutture di telecomunicazioni. La verità è che gli Stati Uniti sono in ritardo sul 5G e pensano, si illudono, che rimandare possa tornargli comodo: nel frattempo l’Asia corre, e le tigri non resteranno certo ad aspettarci.

Come installare i GMS su Mate 30 Pro in 10 passi

(la recensione completa è su StartupItalia)

La sequenza per installare i Google Mobile Services (GMS) su Huawei Mate 30 Pro la trovi di seguito: ricorda, però, che stai operando al di fuori di ogni forma di garanzia e se mandi il tuo telefono a farsi benedire, o se ti ritrovi le tue foto caricate su Rotten, è perché hai deciso di operare a tuo rischio e pericolo una procedura non documentata e al limite della legalità. Se sei sicuro di quello che stai per fare, procedi.

  1. Rimuovi la SIM dal telefono (se l’hai già inserita)
  2. Ripristina il Mate 30 Pro alle condizioni di fabbrica (nota bene: perderai tutto quanto sul telefono): Impostazioni > Sistema e aggiornamenti > Esegui il reset del telefono
  3. Scarica questo archivio che contiene quanto serve per effettuare l’operazione: HuaweiMate30Pro_GoogleMobileServices .zip
  4. Estrai i file nell’archivio, e piazza le due cartelle risultanti su una chiavetta USB che potrai collegare alla porta USB del Mate 30 Pro (ti serve qualcosa tipo questa o questo: nota bene, non sono link referral e non ci guadagno nulla)
  5. Avvia il telefono, completa il setup iniziale evitando accuratamente di configurare la WiFi, avviare qualsiasi servizio, impostare PIN, password di sblocco, sblocco col viso o l’impronta digitale: il telefono deve restare rigorosamente offline (tutte le configurazioni del caso si possono fare dopo)
  6. Quando sei arrivato alla schermata home, inserisci la chiavetta USB nella porta del telefono e poi ripristina il backup contenuto nella cartella Huawei. Per farlo: Impostazioni > Sistema e aggiornamenti > Backup e ripristino > Backup dati > Memoria esterna > Memoria USB
  7. Sulla prima schermata utile troverai una nuova app con icona con una G colorata e una scritta in cinese: tap (clic, dillo come ti pare) e apri questa app. Il sistema chiede di concedere privilegi di amministrazione: accetta (attiva, consenti) e poi torna alla schermata home (non serve fare altro in quella app)
  8. Individua l’app Gestione file e procedi a installare i pacchetti relativi ai GMS dal 1 al 9: è una procedura che richiede un paio di tocchi per APK, ricordati di consentire l’installazione da fonti esterne e di effettuare un controllo dei file sorgenti. Per individuare i pacchetti dentro Gestione file: Unità USB > gms
  9. Completata l’installazione dei pacchetti collegati al WiFi, procedi sul Play Store e configura il tuo account Google
  10. Procedi a disinstallare l’app col nome cinese, smonta la chiavetta USB, completa la configurazione del telefono (inserisci la SIM, configura impronta, riconoscimento del viso ecc)

Complimenti, ora il tuo telefono è perfettamente integrato nel mondo Google. Al momento l’unica funzione che non è possibile attivare è quella relativa a Google Pay (Huawei Pay arriva a breve).

Lo stato attuale dei dispositivi per la domotica fai-da-te

Dopo il singhiozzo di Xiaomi ho pensato di ricominciare da capo e migrare tutto su altri device di altro marchio. Ho anche una ragione pratica per farlo: nel mio appartamento ho mescolato lampadine tutte formalmente Xiaomi (Yeelight RGB, Yeelight bianco, Xiaomi-Philips), ma sono costretto a gestirle con due app diverse e per una serie di strani effetti combinati finisco per avere alcune lampade duplicate in Google Home.

Il problema è che non esiste ancora un’alternativa universale in termini di qualità, convenienza, praticità. O sei pronto a spendere tanti, ma davvero tanti euro e punti su un prodotto come le LiFX, oppure se ti butti su altro ti scontrerai sempre con qualche limite.

Un esempio di questi limiti: i sistemi di illuminazione come Philips o Ikea, che formalmente sono entrambi su protocollo ZigBee, richiedono un hub apposito (e proprietario) da acquistare e aggiungere al proprio impianto. Una complicazione, doppia nel caso di Ikea visto che è indispensabile anche un telecomando wireless (da acquistare) per poter configurare la prima volta le lampadine.

La morale della favola è che mi è subentrato lo sconforto: a meno che Google domani non lanci la propria linea di lampadine smart, non credo che cambierò nulla per ora.

Password di stato: perché no (e perché SPID sì)

La polemica che ha infuriato in questi giorni, su un tema piuttosto complesso, è parsa a noi addetti ai lavori una polemica di retroguardia: sul tema dell’anonimato in Rete abbiamo discusso e dibattuto nell’arco temporale compreso tra il 1995 e il 2005. Poi, dopo quel momento, quello che dovevamo dirci ce lo eravamo detto: l’anonimato in Rete serve, è qui per restarci, ha moltissimi limiti nella pratica ma soprattutto non serve inventarsi per Internet regole diverse da quelle che ci sono già. Le leggi funzionano benissimo sia online che offline: non c’è differenza tra online e offline.

Detto questo, vediamo di ricordare almeno qualche ragione del perché l’anonimato in Rete serve.

1. Libertà d’espressione. Qualsiasi sia la vostra obiezione, io ribatto: Primavera Araba. Potrei aggiungere altro sui vari leak (Snowden ecc.), ma poi ci buttiamo sul controverso – almeno secondo qualcuno, non per quanto mi riguarda.

2. Sicurezza. Una sola e unica identità, qualsiasi sia il sistema di sicurezza adottato, è un rischio. Accentrare tutte le informazioni in un unico database significa che se violano quel database avranno i dati di tutti. Infine, gestire un servizio del genere significa molto in termini di affidabilità, resilienza, sicurezza, disponibilità: se pensi che lo Stato debba riprendersi la gestione di SPID e renderlo un servizio sempre più universale e pervasivo (in senso buono), devi mettere in condizione lo Stato di erogare un servizio che per qualità ricorda più Amazon che il sito del comune. A oggi il track record dell’Italia parla di tanti siti dei comuni e nemmeno un Amazon. In ogni caso se posso restare anonimo tranne quando voglio essere identificato, beh, tanto meglio: diminuiscono i rischi di seminare in giro dati preziosi.

3. Tecnocontrollo. Io non voglio che lo Stato possa sapere tutto quello che faccio: non tirate fuori la storia del “se non hai niente da nascondere”, è un’obiezione fascista. Voglio garantire la mia privacy, non voglio che tutte le mie azioni siano associate a un profilo pubblico: se voglio andare sul PornHub non voglio essere identificato con lo stesso profilo con cui accedo al mio cassetto previdenziale. Senza contare le ricadute possibili in termini di rischi che un privato si appropri di informazioni sensibili associate al mio profilo pubblico.

Patrick Hoesly

4. Libero mercato. Io non sono un sostenitore del capitalismo anarchico, ma è indubbio che la concorrenza e la pluralità dell’offerta siano uno stimolo importante per lo sviluppo e la crescita tecnologici. In questa prospettiva, un servizio che si ponga in concorrenza costruttiva con i privati e sia un modello di riferimento per la sicurezza, l’affidabilità e l’universalità può essere un agente positivo – ovviamente se non è obbligatorio.

Poiché il ministro Pisano non è l’ultima arrivata, bazzica il mondo di noi addetti ai lavori da un po’, mi aspetto che queste e altre argomentazioni le abbia sentite almeno una volta nel corso di qualche conversazione, convegno, conferenza. Credo altresì che sia una cosa buona che oggi abbiamo un Ministro per l’Innovazione, un ministro che si esponga per far sì che temi come quelli dell’identità digitale e dei diritti digitali arrivino alla ribalta dell’agenda politica. Un Paese che si preoccupa di come usare la tecnologia per migliorare i propri servizi è un Paese che pone il digitale tra le proprie priorità: e questo non può che fare felici gli addetti ai lavori, soprattutto se si prosegue sulla scia di quanto hanno iniziato a fare gli uomini e le donne del Team per la Trasformazione Digitale.

È stato dialetticamente un passo falso, inutile negarlo. Però non cominciamo il nostro solito tiro al piccione: ci serve un alleato nella stanza dei bottoni, ci serve per recuperare il tantissimo tempo perduto, e non abbiamo neppure più il tempo di stare a sindacare se questo alleato indossa la casacca di un colore o di un altro. Fino a quando farà le cose giuste, fino a quando ci darà le risposte giuste e ascolterà i nostri consigli, un alleato è un alleato: se tradirà le nostre aspettative vedremo cosa fare. Per ora mi pare che le intenzioni siano buone.

PS: Ho goduto come un matto a vedere la foto che gira del ministro Pisano durante il suo intervento a SIOS19. Solo non ho capito dove l’abbiano presa.