Io Threads l’ho già visto: si chiamava FriendFeed

Threads e FriendFeed, le piazze social di Meta

Il New York Times descrive una piattaforma di community e fandom, non il clone di Twitter. Chi c’era nel 2008 la riconosce: è la piazza che Facebook comprò nel 2009 e lasciò morire.

Il New York Times ha intervistato Connor Hayes, il capo di Threads, e nell’articolo c’è un numero che dieci anni fa avrebbe aperto tutte le newsletter di settore: 500 milioni di utenti mensili dichiarati da Meta, che sulla carta valgono la parità con X. Sulla carta, perché nessuno può verificarli da fuori, e vale per entrambe le piattaforme. Nel 2026 è passato quasi inosservato, perché tutti guardano altrove. Compresa Meta. Io l’ultima call con gli investitori non l’ho ascoltata, ma il Times sì, e ha tenuto il conto: Zuckerberg ha nominato l’intelligenza artificiale 49 volte. Threads due.

Eppure il dato interessante dell’intervista non è la dimensione. È la forma. Threads era nato nel 2023 come clone di Twitter, l’ennesimo tentativo di occupare lo spazio lasciato libero dalla trasformazione di Twitter in X. Tre anni dopo, il NYT descrive un’altra cosa: una piattaforma dove la gente non segue un feed di notizie ma si raduna in community. K-pop, WNBA, appuntamenti, libri, serie tv. Utenti tra i trenta e i quarant’anni che passano ore a discutere della loro band preferita. Una community champion citata nell’articolo la definisce “a millennial Myspace wild West”, e precisa che il clima è fatto di post scemi e divertenti più che di scontro politico. Il capo di Threads, dal canto suo, riassume la strategia in una frase: seguire l’intento degli utenti.

Ecco, io quell’intento l’ho già visto all’opera. Aveva un nome: FriendFeed.

FriendFeed, il prodotto che c’era già

Per chi non c’era: FriendFeed nasce nel 2007 da un gruppo di fuoriusciti di Google di primissima fascia, tra cui Paul Buchheit, il creatore di Gmail, e Bret Taylor, uno dei padri di Google Maps. Tecnicamente era un aggregatore: importava le tue attività da Flickr, dai blog, da Twitter stesso, e ci costruiva sopra un feed in tempo reale. Ma nessuno lo usava per l’aggregazione. Lo si usava per la piazza che ci cresceva sopra: conversazioni lunghe, stanze tematiche, community di appassionati che discutevano di qualsiasi cosa con un’intensità che Twitter, con i suoi 140 caratteri, non poteva permettersi. Post scemi e divertenti più che scontro politico, per l’appunto.

In Italia fu un fenomeno vero. Tra il 2008 e il 2010 la community italiana di FriendFeed era probabilmente il posto più vivo dell’internet nostrana, molto più di quanto i numeri assoluti lasciassero intendere. Era piccolo, densissimo, umano. Chi c’era (io c’ero) se lo ricorda come si ricordano i posti, non i siti.

Poi arrivò Facebook. Nell’agosto 2009 comprò FriendFeed per una cifra intorno ai 47 milioni di dollari, spiccioli anche per la Facebook di allora. Non era un’acquisizione di prodotto, era un’acquisizione di persone e di idee: Bret Taylor diventò CTO di Facebook, e il tasto Like, che FriendFeed aveva inventato nel 2007 e Facebook aveva già copiato pochi mesi prima dell’acquisto, divenne il mattone fondamentale di tutto quello che Facebook ha costruito dopo. Il prodotto, invece, fu lasciato in agonia per sei anni e spento definitivamente nell’aprile 2015. Facebook ha digerito il DNA di FriendFeed e ha buttato via la piazza.

La pazienza di Meta

Questa storia è il motivo per cui leggo con scetticismo le dichiarazioni di Hayes, che nell’intervista promette investimenti in crescita e fissa l’obiettivo del miliardo di utenti. Non perché siano false, ma perché la pazienza di Meta non è mai stata una questione di affetto per i prodotti. È una questione di funzione strategica.

Il pattern è documentabile. Messenger è rimasto per anni senza monetizzazione perché proteggeva il core. Lasso, IGTV, Bulletin, la piattaforma di punta del metaverso chiusa a marzo di quest’anno dopo miliardi bruciati: tutto ciò che smette di servire viene spento, indipendentemente da quanto ci si era investito in proclami. C’è perfino un precedente onomastico: un’app chiamata Threads esisteva già, era il companion di messaggistica di Instagram lanciato nel 2019 e chiuso nel 2021. Meta ricicla anche i nomi dei prodotti morti.

E i segnali attuali sono contraddittori. Le pubblicità su Threads sono arrivate solo a gennaio, e Meta non ha rilasciato un solo numero su ricavi o engagement reale. L’analista di S&P citata dal NYT lo dice senza giri di parole: potrebbe essere il prossimo Facebook o un buco nell’acqua, e finché non vedremo i dati veri non lo sapremo. Il potenziale teorico, un miliardo di utenti e una trentina di miliardi di ricavi annui, va misurato contro i 201 miliardi che Meta fattura già oggi. Threads, nella migliore delle ipotesi, vale un settimo dell’azienda. Zuckerberg lo aveva detto subito, nel 2023: non è un progetto enorme. Lo ha ribadito definendolo una possibile “quinta grande app” della famiglia. La quinta.

Perché stavolta potrebbe andare diversamente

Detto tutto questo, ci sono due differenze rispetto al 2009 che mi impediscono di chiudere il pezzo con il funerale annunciato.

La prima è il contesto competitivo. Quando Facebook spense FriendFeed, Twitter era vivo e in crescita, e tenere in piedi una seconda piazza conversazionale non serviva a niente. Oggi, e anche qui mi affido ai numeri messi in fila dal Times, X ha perso cento milioni di dollari di ricavi pubblicitari in un solo trimestre, Mastodon si è sgonfiato del 70 per cento rispetto al picco, Bluesky resta un decimo di Threads. Il territorio è scoperto, e occupare spazi lasciati sguarniti dalla concorrenza ha un valore in sé.

La seconda è più profonda, ed è la vera ragione per cui Threads potrebbe sopravvivere alla proverbiale impazienza di Meta. Nell’era in cui Facebook e Instagram si riempiono di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, una piattaforma di conversazione tra esseri umani veri è diventata una risorsa scarsa. Lo ammette lo stesso Hayes, che non a caso arriva a Threads dalla divisione AI generativa di Meta: il fascino del prodotto è che ci parlano persone. Per Meta questo significa due cose molto concrete: inventory pubblicitaria di qualità e, non lo dice nessuno ad alta voce, testo umano fresco in un’epoca in cui il testo umano fresco vale oro.

FriendFeed morì perché era una piazza senza funzione strategica. Threads è la stessa piazza, ricostruita per sbaglio diciassette anni dopo, ma stavolta con una funzione. La domanda giusta, quindi, non è se farà utili significativi. È per quanto tempo resterà necessaria a Meta. E la storia di FriendFeed serve a ricordare cosa succede, in casa Meta, il giorno in cui la risposta cambia.