OnePlus lascia Stati Uniti ed Europa: la lenta agonia del flagship killer

OnePlus lascia Stati Uniti ed Europa

Per tre anni OnePlus ha smentito. Nel marzo 2023, quando i primi report parlavano di un ritiro da Regno Unito, Germania, Francia e Olanda, arrivarono dichiarazioni ufficiali sull’impegno “in tutti i mercati europei esistenti”. La settimana scorsa un report di WinFuture, seguito dall’anticipazione di Bloomberg, ha riaperto il dossier, e stavolta la smentita non è arrivata: OnePlus e Oppo hanno confermato congiuntamente che il marchio non lancerà più nuovi prodotti in Nord America e in Europa. Niente più telefoni, tablet, wearable. Le scorte esistenti verranno vendute fino a esaurimento, senza ripristini. Sul sito americano campeggia una pagina dal titolo burocraticamente glaciale: “Notice of Business Adjustment”.

Chi possiede un OnePlus può stare relativamente tranquillo: aggiornamenti software, patch di sicurezza e garanzia proseguiranno secondo le tempistiche promesse per ciascun dispositivo. Con un’avvertenza non piccola, su cui torniamo tra un attimo: OxygenOS sparisce, e al suo posto arriva ColorOS.

Due morti, non una

Conviene tenere separate due storie che in questi giorni vengono raccontate come una sola.

La prima è la morte commerciale di OnePlus in Occidente, ed è una storia vecchia. Secondo i dati IDC, negli Stati Uniti il marchio aveva toccato il picco dell’1,8% di quota di mercato nel 2021; nel 2025 era allo 0,1%. In mezzo, nel 2023, la perdita dell’accordo di distribuzione con T-Mobile, che in un mercato dominato dai carrier equivale a una condanna. Oppo non sta chiudendo un marchio sano per ragioni di bilancio: sta smettendo di pagare la duplicazione di un marchio che in due dei suoi mercati storici non esisteva più da tempo, se non nella memoria affettiva degli appassionati.

La seconda storia è la fine del modello flagship killer, e qui la cronologia va rimessa in ordine: il modello non muore oggi, era stato abbandonato da OnePlus stessa. Chi scrive lo notava su StartupItalia già nell’aprile 2020, al lancio dei OnePlus 8: il flagship killer era andato in pensione, il marchio stava diventando la fuoriserie del gruppo, con prezzi in crescita inesorabile a ogni generazione. Era una scelta, allora. Oggi è diventata un obbligo, ed è qui che entrano i conti. Il OnePlus One del 2014 costava 269 dollari perché poteva permetterselo: componenti relativamente accessibili, marketing a costo quasi zero via community, margini sacrificati per costruire il brand.

Nel 2026 quell’equazione non sta più in piedi. I prezzi di memorie e componenti continuano a salire, e lo si vede perfino nel listino. Un telefono con specifiche da top a metà prezzo oggi è un esercizio di contabilità creativa che nessun produttore può sostenere. OnePlus chiude per la prima ragione; nessuno lo sostituirà per la seconda.

Le pulizie di primavera di casa Oppo

L’uscita di OnePlus è il pezzo più visibile di una ristrutturazione che investe tutto l’ecosistema Oppo, tornato sotto la guida prodotto di Pete Lau, co-fondatore di OnePlus rientrato alla casa madre come Chief Product Officer. Il cerchio si chiude anche simbolicamente.

Nella stessa settimana, realme ha annunciato via Weibo che “premerà il tasto pausa” sul mercato cinese per concentrare le risorse sui mercati esteri, con un posizionamento dichiarato su performance e gaming. Attenzione però a non leggere realme come l’erede di OnePlus nei cuori degli appassionati occidentali: secondo i report, Oppo la sta orientando soprattutto sul Nord Europa (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia), ed è un marchio budget con vocazione gaming, non un flagship killer. La successione, semmai, se la prende Oppo in prima persona: il CEO di Oppo Europe Elvis Zhou ha definito l’Europa “un mercato chiave”, lo store online britannico è stato rilanciato con una gamma più ampia, e la priorità dichiarata è portare più flagship nella regione.

Una sola interfaccia per domarli tutti

Il consolidamento più radicale è quello software. OxygenOS e Realme UI vengono pensionate entrambe: con l’aggiornamento ad Android 17, tutti i dispositivi OnePlus e realme idonei passeranno a ColorOS 17, mentre i device esclusi da Android 17 resteranno in manutenzione su OxygenOS. È previsto un rollback verso OxygenOS per chi lo vorrà, ma sarà un binario morto. La mia previsione, e la do come tale: il debutto di ColorOS 17 arriverà in autunno, in coppia con il Find X10.

C’è una logica ferrea in tutto questo, ed è la stessa dei due punti precedenti. Se l’hardware non può più differenziare, perché i costi dei componenti comprimono i margini proprio nella fascia media che genera i volumi, la differenziazione migra sul software. E mantenere tre interfacce Android che ormai condividevano gran parte del codice era pura duplicazione: OxygenOS aveva già assorbito da anni pezzi interi di ColorOS, al punto che per molti utenti storici il OnePlus 15 era di fatto un Oppo con un altro logo. Il passaggio ad Android 17 formalizza una convergenza già avvenuta.

L’elefante nella stanza si chiama Nothing

Impossibile chiudere senza nominare Carl Pei. L’altro co-fondatore di OnePlus ha costruito con Nothing una fotocopia aggiornata del playbook originale: community, hype, design riconoscibile, prezzi aggressivi, e opera esattamente nei mercati che OnePlus abbandona, Stati Uniti inclusi. Sulla carta è l’erede naturale. Ma anche Nothing deve fare i conti con l’economia del 2026, non con quella del 2014: i suoi prezzi salgono generazione dopo generazione, e la sostenibilità del modello resta la domanda aperta. Il fatto che l’erede più credibile del flagship killer fatichi a fare il flagship killer è forse la conferma migliore che quel modello appartiene a un’epoca chiusa.

Resta il paesaggio che ci lascia questa settimana: una fascia media sempre più indistinguibile, dove le differenze si misurano in sfumature di software e promesse di aggiornamenti, e una fascia alta dove la vera personalizzazione se la possono permettere in pochi. Samsung, forte della sua quota di mercato, continua a percorrere una strada propria su qualità costruttiva e personalizzazioni. Google gioca la partita della differenziazione via software e AI con i Pixel. Tutti gli altri convergono. OnePlus era nato esattamente per rompere questa convergenza. Che a spegnerlo sia stata la casa madre, con una pagina intitolata “Business Adjustment”, è l’epitaffio perfetto: non una sconfitta sul campo, una voce di bilancio razionalizzata.