Videogiochi, dematerializzazione in corso

dematerializzazione in corso

Tre anni fa, su N3rdcore, mi chiedevo se nell’era del modello Game Pass avesse ancora senso comprare videogiochi. Il primo luglio 2026 Sony ha risposto alla mia domanda: da gennaio 2028 non produrrà più dischi per i nuovi giochi PlayStation. Fine del supporto fisico, fine della scatola, fine di quel gesto un po’ feticista di far scorrere l’unghia sul cellophane. D’ora in poi, solo download.

Ma il vero punto non è l’annuncio. È il tempismo.

Due annunci, una sola lezione

Lo stesso giorno, nello stesso giro di comunicati, Sony ha annunciato anche la chiusura degli store digitali di PS3 e PS Vita, prevista per luglio 2027 nella maggior parte dei paesi. Rileggete la sequenza: nel momento esatto in cui comunica che d’ora in poi i giochi esisteranno solo come bit sui suoi server, Sony dimostra anche cosa succede a quei bit quando i server smettono di essere convenienti. Non serve costruire scenari distopici, non serve immaginare un futuro in cui la piattaforma decide che il vostro acquisto non esiste più: ve lo stanno mostrando in diretta, nella stessa press release.

Non è nemmeno la prima volta. Sony ci aveva già provato nel 2021: annunciò la chiusura degli store PS3 e Vita, la community insorse, e Jim Ryan fece marcia indietro ammettendo pubblicamente che era stata la decisione sbagliata. Cinque anni dopo ci riprovano, con un preavviso più lungo e una comunicazione più curata. Hanno imparato la lezione, ma quella di public relations, non quella di principio. La direzione non è mai cambiata: è cambiata solo la pazienza con cui la percorrono.

Le conseguenze vere della fine dei dischi

La prima è quasi banale: se la produzione di dischi finisce a gennaio 2028, la prossima console PlayStation, chiamiamola pure PS6, nascerà con ogni probabilità senza lettore ottico. Sony non lo dice, e lascia aperta la porta a qualche soluzione per la retrocompatibilità con i dischi PS4 e PS5 (milioni di persone hanno librerie fisiche che non possono semplicemente evaporare), ma la timeline parla da sola.

La seconda è quella che mi interessa di più: la fine del mercato dell’usato. E qui voglio essere preciso, perché la precisione in questo caso è più cattiva della retorica. Il mercato dell’usato non muore di morte naturale: viene soppresso perché era un costo. Ogni copia rivenduta è una copia nuova non venduta, ogni disco prestato a un amico è un cliente potenziale sottratto al catalogo digitale. La rivendita, lo scambio, il prestito, il diritto elementare di dire “questo gioco non mi è piaciuto, lo cedo e recupero qualcosa”: tutto questo non è un effetto collaterale della transizione al digitale. È uno degli obiettivi.

La terza è la più profonda, ed è quella su cui scrivevo già nel 2023: quello che compriamo non è nostro. Solo che nel frattempo la cosa ha smesso di essere una tesi da editoriale ed è diventata legge. In California dal 2025 gli store digitali non possono più usare parole come “compra” o “acquista” senza chiarire che stai comprando una licenza revocabile, non il gioco. E un portavoce Sony, interpellato proprio sulla chiusura degli store PS3 e Vita, ha confermato candidamente a Game File che tutti i contenuti digitali venduti sulle piattaforme PlayStation sono licenze personali per uso non commerciale. Non lo dico io, non lo dice un blogger arrabbiato: lo dice Sony. Il tasto “Acquista” è un tasto “Noleggia” con un vestito migliore.

Il pezzo scomodo: siamo stati noi

Sarebbe facile fermarsi qui e recitare il de profundis. Ma un pezzo onesto deve fare i conti con un dato: circa quattro acquisti su cinque di giochi completi su PS4 e PS5 erano già digitali prima di questo annuncio. Il mercato che stiamo piangendo era già residuale. Il PC ci è passato più di dieci anni fa con Steam, e non ricordo cortei. Abbiamo votato, con il portafoglio e con la pigrizia, per la comodità del download alle due di notte contro il viaggio al negozio. Io per primo: la mia PS5 ha un lettore ottico che negli ultimi anni ha girato meno del motore di una Vespa d’inverno.

E c’è di più: il disco stesso era ormai diventato una finzione. Il collettivo di preservazione Does It Play ha verificato che il disco di 007: First Light contiene solo la prima missione del gioco; tutto il resto va scaricato. Quella scatola che compravamo per “possedere” il gioco era già, in molti casi, un simulacro: plastica con dentro un segnalibro. Sony non ci sta togliendo la proprietà. Ci sta togliendo l’ultima vestigia della proprietà, perché non serviva più nemmeno come tale.

C’è pure un’ironia storica che merita una riga: PlayStation nacque vincendo la guerra dei supporti. Fu il CD-ROM, economico e capiente, a strappare a Nintendo e alle sue costose cartucce publisher come Square, e con loro un’intera generazione di giocatori. La console che conquistò il mondo grazie al supporto fisico è la stessa che oggi lo dichiara obsoleto. Il cerchio si chiude, e come tutti i cerchi che si chiudono, fa un rumore sinistro.

La preservazione dei videogiochi, memoria di un’arte

C’è infine una posta in gioco che va oltre i portafogli e i diritti dei consumatori, ed è quella che mi preoccupa di più: la memoria. Il videogioco è una forma di espressione artistica, ormai lo ammettono perfino i musei, e come ogni forma d’arte ha bisogno di essere conservata per poter essere studiata, riletta, tramandata. Solo che qui i numeri sono già oggi da allarme rosso: secondo uno studio della Video Game History Foundation, l’87% dei giochi classici usciti negli Stati Uniti prima del 2010 è fuori commercio, non acquistabile legalmente in nessuna forma. Immaginate una biblioteca in cui nove libri su dieci non sono più consultabili, e chi detiene i diritti non ha alcun interesse a ristamparli.

Attenzione però a non fare del disco un santino: come archivio, il supporto fisico era già compromesso da anni, tra patch obbligatorie al day one e scatole che contengono un decimo del gioco. Il punto non è che il disco preservasse bene. Il punto è che era l’unica forma di preservazione che non richiedeva il permesso del publisher. Un disco su uno scaffale esiste, si presta, si dona a un archivio, sopravvive al fallimento di chi lo ha prodotto. Un gioco digitale esiste finché qualcuno, altrove, decide di mantenerlo in catalogo.

E sappiamo già come va a finire, perché è già successo: P.T., il teaser giocabile di Kojima e del Silent Hills mai nato, era distribuito solo in digitale. Konami lo ha rimosso nel 2015 e da allora non è più scaricabile nemmeno da chi lo aveva acquisito. Oggi una delle esperienze horror più influenti del decennio esiste soltanto sulle console usate di chi lo aveva installato prima della rimozione, vendute come reliquie. Un’opera d’arte trasmessa per copie superstiti, come i manoscritti medievali. Nel mondo tutto digitale che comincia a gennaio 2028, ogni gioco è un potenziale P.T.: e il paradosso finale è che, tra trent’anni, le uniche copie giocabili di quest’epoca potrebbero essere quelle piratate. La conservazione della decima arte affidata a chi ha violato i termini di servizio.

Cosa resta da fare (perché qualcosa resta)

Nel 2023 chiudevo il mio pezzo sul Game Pass ammettendo di dover rivedere alcune mie convinzioni ottimistiche. Oggi ne aggiungo una: il Game Pass, almeno, era onesto. Un abbonamento si presenta per quello che è, un noleggio a tempo. Il problema vero è l’acquisto digitale, che si traveste da proprietà mantenendo la sostanza del noleggio. La battaglia, quindi, non è per salvare il disco: quella è persa, e forse era persa già da anni. La battaglia è per la trasparenza e per la preservazione.

E su questo fronte il bilancio è in chiaroscuro, ma non è un deserto. La legge californiana è un precedente che altre giurisdizioni possono copiare, Europa in testa. L’iniziativa dei cittadini europei Stop Killing Games ha raccolto quasi 1,3 milioni di firme validate e ha costretto la Commissione a rispondere: la risposta, arrivata a fine giugno, è stata un no a nuove leggi, in nome dei diritti di proprietà intellettuale degli editori, con l’impegno però ad aprire entro fine anno un tavolo per un codice di condotta sul fine vita dei giochi. Non è la vittoria che serviva, e la partita si sposta ora sul Digital Fairness Act: ma dieci anni fa l’idea che un milione e mezzo di giocatori portasse il tema della proprietà digitale nell’agenda di Bruxelles era fantascienza.

Piattaforme come GOG dimostrano che un modello di distribuzione digitale senza DRM è commercialmente sostenibile. E il retrogaming fisico, paradossalmente, uscirà da questa storia più prezioso di prima: trent’anni di dischi e cartucce non spariscono, anzi diventano l’unico pezzo di storia del videogioco che nessun server potrà mai spegnere.

Quello che possiamo fare, come giocatori, è smettere di firmare il contratto senza leggerlo. Pretendere che “acquista” significhi acquista, oppure che si chiami con il suo nome. Sostenere chi preserva, chi documenta, chi vende senza lucchetti. E magari, ogni tanto, comprare ancora una scatola: non per nostalgia, ma per lo stesso motivo per cui si tiene un libro sullo scaffale. Perché resti lì anche quando qualcuno, da qualche parte, decide di premere l’interruttore.

Cosa mi serve per fare streaming su Internet

Il lockdown (ma non solo) ha spinto molte persone a scoprire che hanno una webcam integrata nel loro PC (o Mac), e pure a riversarsi sui social e sulle varie piattaforme dove lo streaming video è abitudine. Su tutti, direi che in questi tre mesi tre formati si sono imposti all’attenzione del pubblico: le videocall (Zoom, Teams, Meet ecc), le live su Instagram e quelle su Facebook o Twitch.

Instagram si fruisce e si produce praticamente solo su smartphone tramite l’app nativa, quindi l’unico modo per migliorare la qualità dello stream è dotarsi di un buon telefono e trovare un bel posto dove farla (bello sfondo, una ring-light che ci fa tutti più belli). Magari usare delle cuffie e appoggiare il telefono su una superficie stabile (no sballonzolamenti dei telefoni tenuti in mano): non c’è molto altro che ti possa consigliare.

Se invece vuoi migliorare la qualità audio-video delle tue call di lavoro o stai pensando di diventare famoso su Internet grazie alla tua telegenicità, ti posso dare qualche informazione in più. Facciamo che ti strutturo tutto su tre livelli, parlando di cosa ti serve lato hardware (il software ci torniamo in una seconda puntata): chi vuole giusto un tocco in più per vantarsi, chi vuole iniziare a fare sul serio, e poi quelli per cui solo il cielo è il limite.

Voglio una soluzione low-cost

Per cominciare, la soluzione più semplice può essere lo smartphone.
Tra tutte le soluzioni che ci sono in giro, la più universale per quanto attiene i miei test e soprattutto la più stabile (soprattutto se hai un iPhone) è EpocCam.

È gratis (ma se ti trovi bene potresti pensare di comprare la versione a pagamento), richiede solo di installare gli appositi driver sul PC (o Mac) e il gioco è fatto: avvia l’app, seleziona la voce EpocCam tra le webcam disponibili e sei pronto.

Possibili controindicazioni: se usi il telefono per fare da webcam non potrai usarlo per fare altro (tipo una telefonata), e dovrai anche pensare a come fare per alimentarlo visto che questo tipo di attività scarica rapidamente la batteria (e scalda di brutto il telefono). Niente che un po’ di organizzazione non possa sistemare, ma insomma pensaci bene (e magari, di nuovo, una ring-light ti potrebbe essere utile).
Ah, poi un consiglio amichevole: usa le cuffie, sempre.

Budget complessivo, circa 35 euro.

Dai, ci voglio investire qualche euro

Diciamo che vuoi iniziare a fare sul serio: ecco cosa ti potrebbe servire.

Tra tutte le webcam in circolazione, la più interessante al momento mi pare la StreamCam di Logitech: costa 159 euro, ha un attacco USB-C, si può montare facilmente sopra lo schermo del PC.

Logitech StreamCam

È la webcam che più mi convince al momento, tira fuori delle discrete immagini 1080p (quindi FullHD) e ha anche un angolo di visione piuttosto ampio che non guasta. Se vuoi fare di più, di nuovo una ring-light ti potrebbe essere utile.

Veniamo alla parte audio.
Innanzi tutto, per favore, non usare gli altoparlanti del PC: è intollerabile il casino che si genera se non usi un paio di auricolari, e sappi che l’audio scadente è il motivo principale per cui la gente molla uno streaming. Sull’immagine sgranata si può transigere, ma se non capiscono cosa dici ti saluteranno in un attimo.

AKG K52

Cosa ti può servire: beh, direi un paio di cuffie e un microfono. Le prime puoi usare quelle che ti pare: col filo e il jack per collegarti al PC, o Bluetooth (ma occhio alle batterie) se vuoi essere più libero di muoverti. Se vuoi delle belle cuffie a meno di 30 euro, io consiglio queste AKG K52 (le uso tutti i giorni, sono anche molto comode).

Per il microfono si apre un nuovo capitolo.
Il mio consiglio, per semplificarti la vita, è prendere un microfono cardioide a condensatore con connessione USB: in questo modo lo colleghi direttamente a una porta del PC e lo vedrai come una delle sorgenti audio disponibili. In più un cardioide ha il vantaggio di raccogliere meno rumori ambientali e di dare risalto alla tua voce. Qui ovviamente parte un cinema, perché se guardi su Amazon c’è ampia scelta di prezzi e caratteristiche. Io ti offro un paio di alternative: non tutte le ho provate direttamente e spesso mi baso su quanto ho letto in giro.

  1. Tonor TC-777 (circa 40 euro)
  2. Marantz Pod Pack 1 (circa 60 euro)
  3. Razer Seiren X (circa 90 euro)
  4. Blue Yeti (circa 140 euro)
  5. Rode NT-USB Mini (circa 160 euro)

Messo alle strette, io andrei sullo Yeti: che è anche forse il più bello esteticamente.

Blue Yeti

Webcam, cuffie e microfono: non ti serve altro, solo la solita ring-light se vuoi dare quel tocco in più. Budget complessivo per l’operazione: si oscilla tra 200 e 350 euro.

Fammi sognare

Hic sunt leones: da questo momento in avanti iniziamo a sognare.

Prima di tutto, devi decidere quante camere vuoi nel tuo setup: ti basta un primo piano in stile webcam, o vuoi anche un controcampo per mostrare l’ambiente dove sei? Fatta questa scelta, bisogna iniziare a pensare alle luci: due sono il minimo, tre il giusto, oltre dipende da quante camere avrai nell’allestimento finale.

Se vuoi una camera sola, la soluzione più semplice è abbinare una mirrorless a un dispositivo di acquisizione: l’accoppiata migliore a mio parere è Sony+Elgato. Il mio setup consta di una Alpha 6400 con ottica Sony 18-135 (è la stessa accoppiata che uso per reportage in giro per il pianeta, quindi è un compromesso molto costoso in questo caso) e di una Cam Link 4K: non è il setup perfetto, anzi potrebbe migliorare di un bel po’ per esempio montando un Sony 16-50 (che ha il vantaggio di essere un obiettivo molto più compatto e con un autofocus reattivo e silenzioso), oppure optando per un bel fisso luminoso (concupisco il Sigma 30mm f/1.4 e il Tamron 24mm f/2.8).

Sony Alpha 6300 + Sony 16-50

Ci sono alternative più semplici e meno costose per ottenere lo stesso risultato: per esempio optando per una generazione precedente di Sony Alpha (purché abbiano l’uscita HDMI e la possibilità di essere alimentate durante l’uso, come nel caso della 5100 che ha lo schermo ribaltabile, o della 6300 che ha un sensore e un autofocus leggermente migliorati). Però a quel punto si tratta di decidere: nel mio caso avevo già in casa la 6400, investimento fatto per passione e lavoro e che uso anche fuori dalle mura domestiche, quindi non ci ho pensato due volte. La tengo montata su un piccolo treppiedi appena dietro lo schermo del Mac (io ho questo Manfrotto, ma mi piace molto anche questo Sirui), l’ho collegata tramite un cavo micro-HDMI alla Cam Link e la alimento con un comune caricabatterie USB (uno di quelli da smarphone).

Ok, vuoi più di una camera.
Soluzione più semplice: abbinare a quanto abbiamo appena descritto uno smartphone con EpocCam, oppure munirsi di una webcam come la StreamCam. Poi il tutto ovviamente andrà gestito via software di regia: tipicamente si usa OBS, StreamLabs o se hai un po’ di soldi da spendere c’è Wirecast. Ciascuno ha i suoi pro e i suoi contro, non sono gli unici software in giro, ma davvero qua si apre un’altro capitolo: meglio rimandare la discussione (anche perché se invece pensi di fare streaming di videogame, oh mamma!, ci vuole tutta un’altra trattazione).

Elgato Cam Link 4K

Se hai voglia di fare le cose in grande e hai più di una camera mirrorless da usare, la soluzione Cam Link non fa al caso tuo: meglio optare per una vera regia, tipo l’ATEM Mini di Blackmagic. Qui stiamo salendo di livello e l’uso di questo dispositivo può non essere banale se non hai mai usato una regia in vita tua: però con un po’ di impegno ti apre un mondo, e poi ti solleva da una serie di altre questioni che altrimenti graverebbero sul processore del PC che stai usando.

Le luci sono una questione fondamentale: la soluzione più appagante esteticamente l’ha fatta di nuovo Elgato, un paio di Key Light Air sono l’ideale. Volendo risparmiare un po’, basta optare per l’equivalente meno smart (le Elgato si controllano via PC!) ma altrettanto efficace: un paio di questi faretti Moman, e paio di stativi su cui montarli, e sei a cavallo. Nulla vieta di aggiungere pure una ring-ligth più evoluta per completare il setup, e il gioco è grossomodo fatto: occhio solo a non esagerare coi lumen, può diventare persino controproducente.

Elgato Key Light Air

Abbiamo quasi finito, resta da definire il capitolo audio. Qui non ti offro molte alternative, mi limito a segnalarti che, se pensi ti servirà più di un microfono per esempio per avere un ospite con te in video, dovrai equipaggiarti con un’interfaccia audio che abbia abbastanza ingressi per quanti microfoni vuoi montare: stiamo parlando di fatto di una sorta di equivalente della Cam Link, serve a portare dentro al PC con un cavo soltanto tutto quanto arriva da microfoni di qualità, e di interfacce ce ne sono a un solo ingresso, a due, quattro o ancora più ingressi.

Consigli per gli acquisti.
Come microfono scegli un prodotto affermato come l’Audio-Technica AT2020 (si trova spesso sotto i 100 euro), ma qui si può spaziare e salire fino a centinaia di euro per un singolo microfono, da collegare con un cavo XLR a un’interfaccia come questa della Focusrite. L’interfaccia si collega via USB al PC, mentre per ascoltare quello che andrà in onda si può optare per le stesse cuffie che ho citato prima o per qualcosa di molto più professionale come queste Sony. Se volete fare i fighi, un’asta per il microfono mi pare indispensabile: la Rode è la più carina che c’è in giro.

Focusrite Solo Studio

Quanto mi costa questo scherzo? È un investimento da circa 1.000 euro tra un accessorio e l’altro, anche molto di più se vuoi esagerare con microfoni, camere aggiuntive, regia e software. Per scegliere questa strada ci deve essere un motivo: se fare video è il tuo lavoro, o può diventarlo, allora ha senso farsi due conti e investire.

Altrimenti: beh, se hai la fortuna di potertelo permettere, chi sono io per dirti di non farlo?

NB: nessun link contenuto è in alcun modo un link affiliato o roba simile, non ci guadagno un centesimo se clicchi e non mi interessa farlo